Caro Marcello è tempo di rinunciare…

… Anche perché, se non rinunci tu autonomamente, saranno comunque i fatti (politici) ad imporre la tua rinuncia.

Ho provato a cercare, nei giorni scorsi, una qualche nota di sostegno politico a Marcello Pittella da parte dei dirigenti nazionali del Partito democratico, da Renzi – Lotti – Marcucci, passando per Martina – Orfini – Del Rio. Ma niente, silenzio quasi assoluto.

È, dunque, abbastanza evidente, e non potrebbe essere diversamente, data la delicata situazione politico – giudiziaria lucana, come i vertici del Pd nazionale siano già oltre la ricandidatura di Pittella alla Presidenza della Regione, verosimilmente alla cauta e difficoltosa ricerca di soluzioni alternative, possibilmente in sintonia con i dirigenti locali, che consentano di individuare: (a) un candidato di rinnovamento, credibile e competitivo; (b) un candidato presidente in grado di unire una coalizione ampia di centrosinistra.

Breve parentesi sulla vicenda giudiziaria di Pittella. Personalmente, sono assai poco convinto della necessità di misure cautelari così severe nei confronti di indagati, non ancora condannati e chissà mai se lo saranno: a meno di non avere a che fare con criminali notori, sospetti terroristi, mafiosi, e qualche altro limitatissimo caso. Mi chiedo, infatti, nel caso un cittadino venga successivamente assolto, chi lo ripagherà dai danni morali e materiali subìti? Danni, che diventano particolarmente esorbitanti in caso di arresti, domiciliari o meno. Peraltro, non sono affatto rari i casi di processi a uomini politici finiti in assoluzione o rivelatisi mezze bolle di sapone.

E non solo a uomini politici, ma anche a comuni cittadini, accusati di gravi delitti, tenuti in carcere per molto tempo, con reiterato rifiuto di scarcerazione da parte dei magistrati e poi totalmente assolti. Per non essere generico: mi sto in particolare qui riferendo alla triste vicenda dei due fratellini di Gravina, scomparsi e poi trovati morti, della cui scomparsa fu accusato il padre, Filippo Pappalardi, alla fine assolto. Di recente la Cassazione ha confermato un risarcimento per Pappalardi per l’ingiusta detenzione durata oltre tre mesi.

Ora, torniamo alla politica e lì restiamo. Alla vigilia delle elezioni regionali del 2013 sostenni su questo blog che né Pittella né Lacorazza rappresentavano una effettiva scelta di rinnovamento del centrosinistra, essendo entrambi prodotti di allevamento interno al Pd e ai suoi vari antecedenti.

È peraltro bene ricordare che le elezioni del 2013 furono precedute, e poi accompagnate, da un’altra bufera giudiziaria, per quanto più piccola rispetto a quella in atto. Poi Marcello Pittella ebbe addirittura il coraggio di auto-accreditarsi come rivoluzionario e combattente per la libertà contro i dinosauri dell’apparato Pd – Ds. Va bene, sic transit gloria mundi, inutile ora qui infierire.

La ricandidatura di qualche settimana fa alla Presidenza della Basilicata di Pittella, con una mesta acclamazione all’assemblea regionale Pd, è precedente alla tempesta ma sul piano politico poneva già all’epoca seri problemi, precludendo la possibilità di un’alleanza con Liberi e Uguali. Questi potranno valere il 6, il 7 o l’8 percento su scala regionale, né tanto né poco dunque, ma è evidente che corse separate aumenterebbero sensibilmente la probabilità di una sconfitta del Pd e dei suoi alleati.

Quando tempo fa chiesi ad un dirigente di primo piano di LeU di riflettere sui rischi politici di una corsa separata e di pensare alla possibilità di sfidare Pittella in primarie aperte, risolvendo così la questione, mi fu risposto (più o meno): “Non siamo comunque in grado di reggere una eventuale ricandidatura di Pittella; personalmente, seppur lo volessi, non sarei in grado di portargli in dote nemmeno i voti dei miei parenti più stretti”.

A questo si deve aggiungere la indisponibilità di Lacorazza e della sua area a sostenere un Pittella bis. Si deve riconoscere a Piero Lacorazza di aver posto il problema politico della ricandidatura di Pittella, e di aver sostenuto con coerenza la necessità di una discontinuità, ben prima e indipendentemente dalle recenti vicende giudiziarie.

Sempre Lacorazza, qualche giorno fa, in un’intervista al Quotidiano ha tracciato l’identikit del suo candidato ideale: donna, esponente della società civile, indipendente dai partiti, autorevole e possibilmente legata al mondo dell’agricoltura.

Questo identikit si sposa bene con l’imprenditrice del Metapontino Carmela Suriano. Non la conosco, ma non è rilevante, è una buona proposta e fa il paio con la figura di Pasquale Carrano, al quale Folino pensò quale autorevole candidato esterno ai partiti per le regionali del 2013. Oggi possiamo dire che se quella scelta fosse stata fatta propria da tutto il centrosinistra lucano, probabilmente, saremmo in tutt’altra fase.

Magari, Marcello sarebbe ora parlamentare e non saremmo qui a parlare di raccomandazioni e concorsi truccati, quali temi chiave della futura campagna elettorale.
Sicuramente, la candidatura di una Carmela Suriano (cioè di un profilo di quel tipo) è preferibile a soluzioni mediatiche alla Carmen Lasorella et similia, soluzioni che in questa fase sembrano molto affascinare gli esponenti di LeU ma che, anche esempi recenti, indicano come soluzioni effimere ed elettoralmente dal peso limitato.
E che dire degli aspiranti interni, Cifarelli e Valluzzi? Brave persone e validi politici, a modo loro, ma non è il loro tempo, questo, essendo essi parte integrante di quello Stato Maggiore sotto furioso bombardamento. Medesimo discorso vale per il sempiterno D’Andrea, per quanto sul suo spessore culturale e politico non si possa discutere.
In conclusione, dico a Marcello Pittella ed ai suoi sostenitori, da Mario Polese a Vincenzo Robortella, che ancora in queste ore stanno nobilmente perorando il bis, prendete voi autonomamente in mano l’iniziativa politica e decretate voi stessi la fine delle incertezze con la rinuncia di Pittella. Altrimenti, sarete tutti travolti dagli eventi. Per Pittella, superata questa brutta vicenda giudiziaria, si vedrà se esiste lo spazio politico per nuovi incarichi.
Ora al centrosinistra serve una riedizione della strategia che nel 1995 portò al drastico rinnovamento politico, programmatico e di personale dirigente diffuso, con la Presidenza Di Nardo. Quello promosso nel 1995 si rivelò un rinnovamento effimero, se è vero che a distanza di 23 anni siamo ancora qui a parlare dell’atavico clientelismo lucano, talora attuato dagli eredi della Democrazia Cristiana, talaltra dagli eredi della sinistra socialista e comunista. In sostanza, Di Nardo fu il traghettatore dell’avvento di un nuovo ceto politico, che si riprese completamente la scena nella legislatura successiva. Stavolta, sospetto, si renderà necessaria una transizione più lunga, sia questa attuata da un centrosinistra rinnovato o da una delle coalizioni concorrenti, centrodestra e Movimento 5 Stelle.

Antonio Ribba

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