La libertà di un cittadino indagato: Errare humanum, perseverare diabolicum

La libertà personale, nei sistemi politici democratici, non autoritari e non dittatoriali, ha un valore elevato e un cittadino non dovrebbe esserne privato, se non in circostanze motivate ed eccezionali.

Di sicuro, e solo per fare un esempio, dovrebbe essere circostanza eccezionale il restringere la libertà di un cittadino indagato per determinati reati, ma non certo sospettato di omicidio, o comunque di altro grave crimine, in assenza di una condanna definitiva. Peraltro, anche il cittadino sospettato di omicidio potrebbe alla fine rivelarsi del tutto innocente e, in questo caso, chi lo ripagherà dei danni morali e materiali subiti con la carcerazione preventiva? E il giudice che lo ha pervicacemente tenuto in galera, commettendo un errore, ne pagherà eventualmente le conseguenze? Sembra proprio di no, il che rivela qualche non piccolo problema di funzionamento nel nostro sistema giudiziario.

Detto francamente, non sono in grado di dire se Marcello Pittella abbia violato la legge e si sia dunque macchiato di reati nella vicenda dei concorsi nella Sanità lucana e, in verità, non spetta nemmeno a me, o a chicchessia, esprimersi sul punto: saranno i tribunali, nei tre gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento, a stabilire una verità giudiziaria su questa brutta vicenda.

Penso, però, da cittadino, di essere titolato ad esprimere il mio dissenso sulla insistenza dei giudici locali nel voler mantenere restrizioni alla libertà di Pittella. Soprattutto, alla luce delle gravi considerazioni fatte dalla Corte di Cassazione sul provvedimento del Riesame di Potenza, che nell’agosto scorso aveva confermato i provvedimenti restrittivi, cioè gli arresti domiciliari stabiliti dal Gip di Matera.

Leggemmo delle considerazioni ardite in quei provvedimenti, talvolta al confine del sociologico e del politologico, nonché una certa tendenza ad argomentare per catene di deduzioni logiche, piuttosto che sulla basa di aridi fatti.

Questa valutazione, pur non essendo io un esperto di materie giuridiche, penso di essere legittimato a farla per due motivi: primo, perché trattasi di mera analisi di un testo di lingua italiana; secondo, perché quei dubbi che alcuni avevano a suo tempo espresso, su prosa e contenuti dei provvedimenti restrittivi, si sono poi ritrovati ad un livello di autorevolezza e competenza tecnica “suprema” nel documento della Cassazione.

Ci dobbiamo dunque tutti augurare che la prossima settimana il Riesame di Potenza conceda la piena libertà a Pittella, rimuovendo anche il divieto di dimora. In effetti, essendo ormai la legislatura regionale conclusa, non è chiaro quale significato potrebbe mai avere il mantenere in piedi questa restrizione, se non una inutile umiliazione del governatore uscente. Accanto all’augurio, devo aggiungere che in realtà faccio anche fatica a prevedere una scelta del Tribunale del Riesame che preveda un implicito braccio di ferro con la Corte di Cassazione.

Una volta rimosso il provvedimento restrittivo, si potrà più serenamente tornare a litigare con Pittella sulla politica ed a fare libere valutazioni negative sul suo quinquennio alla guida della Basilicata. Negative, anche per quanto attiene all’opprimente ruolo del governo regionale nella gestione della sanità e degli enti regionali. Valutazioni politiche che, come detto più volte, personalmente mi spingono a ritenere sbagliata l’idea di un bis alla Presidenza. Beninteso, bis da intendersi come ricandidatura, che la vittoria elettorale avrebbe probabilità bassissime, se non proprio nulle.

Purtroppo, talvolta, si notano “scivolate” della politica sulla vicenda giudiziaria, con confusione degli aspetti e posizioni strumentali che danneggiano la serietà e la severità dell’analisi politica che sarebbe invece richiesta nel centrosinistra. Per non lasciare dubbi in proposito, mi sto qui riferendo al molto infelice commento pubblico di Carmen Lasorella che, letta la sentenza della Cassazione, ha dichiarato di volersi impegnarsi ancora di più per liberare la Basilicata da Pittella. Un esempio di errata e pericolosa commistione tra vicenda politica e vicenda giudiziaria.

Antonio Ribba

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