Le mie due ragioni principali per il no

DI ANTONIO RIBBA – Mancano 15 giorni al voto sul referendum costituzionale ed è dunque maturo il tempo per le dichiarazioni di voto. Io ho deciso di votare no e dopo le tante analisi politiche e costituzionali lette ed ascoltate in questi mesi di campagna elettorale, la motivazione personale può essere esposta in modo essenziale. Per quanto mi riguarda, voterò no per 2 ragioni principali.

La prima: che un governo si impegni a promuovere una riforma costituzionale in grande stile, cioè un cambiamento della forma di stato e delle regole fondamentali alla base del processo democratico, è una vera bestialità, politica e istituzionale. Il governo, al massimo, accompagna un tale processo di riforma e lo facilita.

Ma questo processo, nei sistemi democratici, deve avere necessariamente una natura parlamentare e, ugualmente importante, si deve sempre ricercare la più ampia maggioranza di consensi possibile. È un punto di metodo democratico così fondamentale che meraviglia sia sfuggito a Napolitano.

E ancor più meraviglia che Renzi faccia così tanta fatica a comprenderlo: “Questo Governo è nato per fare le riforme” è il ritornello. Sì, certo, ma eventualmente le riforme economiche, giuridiche e sociali per attuare l’indirizzo politico di maggioranza. Invece, una riforma costituzionale, per di più dalla così ampia portata, non dovrebbe essere mai nella disponibilità esclusiva della maggioranza politica pro-tempore.

La seconda ragione, tutto sommato correlata alla prima: se il governo “ ci mette la faccia”, allora attraverso il voto dovrò inevitabilmente esprimere anche un giudizio complessivo su Renzi e sul suo governo. È addirittura tautologico! Infatti, gli ultimi sondaggi segnalano che oltre il 60% di coloro che intendono votare no, faranno questa scelta preminentemente per bocciare il governo. Ora, poiché tra l’altro la vittoria del sì implicherebbe un grande successo di Renzi e, quindi, una ragionevole probabilità di vederlo al governo per almeno altri 5-6 anni, data la mia opinione sul governo, non posso che votare no.

In verità, preciso, non mi piace un governo etichettato di centrosinistra che ammicca agli evasori; che redistribuisce dai poveri ai ricchi eliminando per tutti la tassa sugli immobili; che distribuisce mance definite bonus; che guarda alla flessibilità del mercato del lavoro come al fattore fondante la crescita dell’occupazione. Poi, (quasi) in secondo piano c’è lo stile e le qualità del leader: almeno da Craxi in avanti, ho sempre ritenuto che autorevolezza, serietà e determinazione siano elementi essenziali della buona leadership; e che invece l’arroganza, l’essere sprezzanti, il circondarsi di nani e ballerine che massaggiano l’ego del capo, siano elementi caratterizzanti della cattiva leadership.

E dopo?

Per noi vedove del centrosinistra, indubbiamente, il dopo non sarà facile. In questi giorni si leggono analisi e retroscena (veline) che fanno una certa tenerezza. Diciamo pure una piccola fiera delle puttanate. Esempio di retroscena: “Non sosterrò governi tecnici e in 3 mesi si deve varare una legge elettorale e poi andare al voto”. Oppure, esempio di analisi profonda: “Renzi con il 40-45% di consensi per il sì, uscirà comunque vincente, vista l’eterogeneità della compagine del no”. Infatti, Cameron con il suo 48% di consensi per il Remain, conquistati quasi da solo, è tuttora Primo Ministro del Regno Unito e leader del Partito Conservatore. O no?

Le cose, dopo la eventuale vittoria del no, andranno più o meno così. Renzi si dimetterà e Mattarella varerà un governo, non tecnico, cosa priva di senso politico in questo momento, ma istituzionale con l’unico obiettivo di gestire l’ordinaria manutenzione e consentire al Parlamento l’approvazione di una nuova legge elettorale per Camera e Senato. La figura naturalmente candidata per questo incarico è il Presidente del Senato, Grasso. Potrebbe anche trattarsi alla fine di Padoan, ma la sua figura è, oggi, troppo politicamente caratterizzata.

Per trovare un accordo tra le forze politiche, varare la riforma e ridisegnare i collegi occorrerà più di qualche mese e così saremo a ridosso dell’estate. Cioè sarà quasi impossibile votare nel primo semestre del 2017. Tuttavia, quel che un governo istituzionale, del presidente o tecnico che dir si voglia non dovrà mai fare, sarà mettere mano in autunno alla politica economica e finanziaria per il 2018: questo, ritengo, è il modo più sicuro per far perdere le future elezioni ai partiti che garantiranno il sostegno parlamentare al governo. Dunque, si dovrà votare alla fine della prossima estate, settembre-ottobre 2017, così da lasciare campo libero ad un governo politico per l’impostazione della legge di stabilità 2018 e per la definizione dell’indirizzo politico e programmatico pluriennale. Per quanto riguarda invece Renzi, come accade a tutti i leader sconfitti, dovrà fermarsi uno o più giri, e se non si ferma da solo lo fermeranno i suoi attuali alleati, che egli avrà portato ad una cocente sconfitta.

Io resto, in generale, un sostenitore del centrosinistra e dunque auspico che, dopo l’uscita di scena di Renzi, si riveli possibile in tempi ragionevolmente rapidi una sua efficace ricostruzione.

2 Comments

  1. Luciano Di Palma says:

    Caro Ribba
    Indipendentemente dal merito del referendum, mi permetta di avere molte perplessità rispetto alle sue certezze circa gli scenari futuri in caso di vittoria del no. Non sono tra coloro che conoscono le discussioni che avvengono dietro le quinte della politica ufficiale e quindi dei loro retropensieri, ma mi chiedo quali forze politiche potranno dare la fiducia e l’appoggio a questo ipotetico Governo istituzionale: non certo il M5S che si è sempre mostrato refrattario a qualunque accordo con altri e figurarsi se si possa smentire alla vigilia di nuove elezioni che potrebbero consegnargli una storica vittoria; non credo la maggioranza renziana del PD così malmenata negli ultimi tempi ed in particolare nel corso della campagna referendaria, ed almeno per dignità vorrà lasciare ad altri l’onere della difficile gestione dei prossimi mesi; non credo la Lega di Salvini che già si oppose al Governo Monti. Cosa resta? La minoranza PD che in questo caso sancirebbe la spaccatura definitiva in 2 partiti, Forza Italia e frattaglie residue di centro destra che in toto fanno numeri molto bassi ed insufficienti. Certamente c’è il partito trasversale dei neodeputati dell’ultima legislatura che deve arrivare a settembre per maturare il vitalizio e lavorerà sottotraccia, nonché un po’ di soliti trasformisti, ma non so se è materiale sufficiente.
    Mi auguro di essere solo un pessimista, ma lo scenario che io prefiguro immagina al contrario un periodo di notevoli e inconcludenti turbolenze politiche ma soprattutto economiche per il nostro paese. E in Europa Merkel e Junker, senza un interlocutore credibile, potranno con più facilità imporci i loro precetti a volte così nocivi per la nostra economia.
    Comunque manca poco a questa campagna referendaria da sfinimento e tra 2 settimane finalmente sapremo che destino ci aspetta.

  2. AntonioR. says:

    Non si tratta di avere certezze sul dopo referendum ma di provare a ragionare in termini di logica e di politica. Chiaro che si apre uno scenario tutto da decodificare in caso di vittoria del no. Tuttavia, un governo ha da esserci e una legge elettorale s’ha da fare.
    Se ci sono i tempi tecnici, meglio il voto a maggio che a settembre. Tuttavia, ripeto, la cosa politicamente importante è non trascinare la legislatura fino alla primavera del 2018, che implicherebbe il mettere mano alla finanziaria da parte di un governo istituzionale, con annesso logoramento delle forze che dovranno garantirgli il sostegno parlamentare.
    In quanto alla “maggioranza Renziana”, puoi stare tranquillo: evaporerà 5 minuti dopo la eventuale sconfitta al referendum. Proprio come evaporò la solida maggioranza Bersaniana dopo la non vittoria del 2013.

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