Open Design School, la Cava del Sole e il potere di virare tutto a fuffa

C’erano tutte le premesse per fare finalmente qualcosa di buono, di positivo, di costruttivo, di intelligente.

Un gruppo di 15 professionisti intelligenti e capaci, provenienti da diverse discipline, selezionati con un apposito bando, che hanno avuto 50 giorni (1 settembre-20 ottobre) per portare avanti due progetti:

– porre le basi per l’Open Design School, uno dei pilastri del dossier 2019
– progettare lo spazio della Cava del Sole

Coordinati dal bravo architetto Mattia Antonio Acito in questi 50 giorni hanno lavorato davvero, hanno effettuato sopralluoghi sia sui siti di intervento che nel rione Piccianello, hanno interloquito con gli abitanti del posto, e ogni venerdì hanno accolto due esperti che hanno condiviso le loro importanti esperienze a livello internazionale. Hanno discusso, ragionato, hanno pensato ad alcune soluzioni e poi le hanno escluse, fino ad arrivare a quella più adeguata, hanno creato un logo per la scuola, si sono interrogati sul senso dei loro interventi, hanno costruito modelli e creato installazioni artistiche. Hanno aperto cancelli chiusi da anni, riaprendo passaggi nei Sassi che non erano più percorribili da anni, e hanno abbattuto murature che chiudevano gli spazi futuri della scuola.

Finalmente poi il 21 ottobre in serata il momento più importante: la presentazione al pubblico di quanto prodotto. E qui purtroppo si è sentita pienamente la fuffa tipica di tutti gli eventi realizzati dalla Fondazione 2019, che continua ad avere gravi lacune quando si tratta di divulgare e comunicare quanto produce.

Circa l’Open Design School.
Che cosa si intende per ‘open design’? Ne esiste un manifesto?
In che modo si realizzano i progetti? Quali saranno i compiti della scuola? Si tratta di un workshop permanente? E’stato realizzato già qualcosa? Come si sosterrà economicamente la scuola?

Circa la Cava del Sole.
Qual è la visione per tutta l’area delle cave (dai primi anni 90 si parla del “Parco delle Cave”)? Cosa diventerà la Cava del Sole? Come sarà raggiungibile? Come sarà fruita quando non sono previsti spettacoli? Che tipo di spettacoli si potranno svolgere e in che modo? Sarà fruibile la grotta del sole, che dà il nome alla Cava? Si prevede una copertura per trasformarla in luogo chiuso?

La serata, che avrebbe dovuto dare una legittima e sacrosanta occasione ai 15 professionisti di poter esporre linearmente e solennemente il lavoro svolto, invece è stata scandita dagli ormai classici passaggi tipici di ogni iniziativa della Fondazione:

  1. In uno stretto lamione stracolmo di persone con un tavolaccio al centro con modellini in legno non descritti da nulla e da nessuno, va in onda la diretta televisiva, in cui prendono la parola 10 persone in 24 minuti. Naturalmente, si tratta solo di chiacchiere a vuoto e autoreferenziali in cui ci si dice a vicenda quanto si è bravi e nessuno si preoccupa di spiegare davvero che cosa si è fatto. A prendere la parola anche Verri, Sole, Grima, Pittella e la neo-assessore D’Antonio e alcuni dei 15 membri dell’Open Design School.
  2. Finita la diretta, si è chiesto al pubblico (accorso proprio per conoscere il lavoro svolto e il futuro dell’open design school e della cava del sole) di vagare a piacimento nei labirintici spazi del palazzo (saranno a breve ristrutturati, che io sappia). Qui si alternavano alcune installazioni artistiche e alcuni modellini. Così in modo confuso, disordinato e chiassoso, si attraversavano spazi con fotografie appese al muro, video proiettati su roccia, enormi cubi in cui entrare, video proiettati su listelle di stoffa, enormi ragnatele di fili che emettono suoni in base al movimento, planimetrie dell’area della Cava, un modellino della Cava, oggetti di design realizzati con materiale di riciclo. Ogni tanto c’era qualcuno dell’Open Design che spiegava il senso degli oggetti o dei modelli esposti, ma poiché spesso si giungeva a spiegazione iniziata, circondati da chiasso e calca, si riusciva a malapena a cogliere alcuni dettagli ma mai il senso vero degli interventi e le motivazioni alla base degli stessi. Va detto che gli spazi sono davvero belli e le installazioni riuscivano a dialogare bene con gli ambienti, pur se difficilmente si capisse che cosa fossero.
  3. Immancabile il buffet finale con cibo e vino vista Sassi, in cui come al punto 1, potersi dire a vicenda quanto si è bravi.

Questo modo di organizzare le serate di presentazione (probabilmente organizzata in collaborazione fra Fondazione e Open Design School) non rende giustizia in primis proprio ai 15 dell’Open Design School, che meritavano certamente un contesto migliore in cui esporre il frutto del proprio lavoro in maniera chiara, lineare e strutturata, invece della caciara scomposta in cui si è svolta la serata. In secondo luogo, il cittadino che ha sfidato la pioggia e le chiancarelle e ha dedicato un paio d’ore del proprio tempo avrebbe meritato maggiore rispetto ed attenzione.

ODS (ph. Press Office Matera 2019)

ODS (ph. Press Office Matera 2019)

Nonostante fossi animato dalle migliori intenzioni, ho solo carpito e capito che l’Open Design School realizzerà i disegni dei palchi degli eventi del 2019, che la SS7 verrà spostata, nella Cava  ci saranno dei muri che potranno sollevarsi a comando per limitare gli spazi in caso di piccoli spettacoli, la grotta del sole non sarà fruibile (!), che forse nella cava di fianco verrà realizzato un nuovo teatro ipogeo se il restauro del Duni non dovesse andare in porto, e che ci sarà una mostra, ma non è stato detto né dove, né quando, né di che cosa.

Naturalmente una serata di fuffa non cancella nulla dell’enorme lavoro che è stato svolto in soli 50 giorni. Semplicemente, lo comunica poco e male.

E a dolersene di più dovrebbero essere proprio coloro che ci hanno lavorato.

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