Quasi nessuna scissione nel Pd nazionale e lucano (per ora).

“Should I stay or should I go?
Should I stay or should I go?
Should I stay or should I go now?
If I go there will be trouble
An’ if I stay it will be double
So come on and let me know
Come on and let me know
Should I cool it or should I blow?”
(The Clash, 1982)

clashIl piano Bersani-Speranza sarebbe, quindi, questo: rimanere nel Partito democratico e lavorare nelle prossime settimane per una profonda revisione della riforma costituzionale che porti ad un rafforzamento del ruolo del Senato, rendendolo elettivo.

Per la parte sulla riforma costituzionale, si tratta delle idee pubblicamente enunciate negli ultimi tempi da Bersani, secondo cui la somma di Italicum e di monocameralismo disegna un sistema con eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del capo del governo. Per la parte, invece, relativa al dilemma scissione sì scissione no, la scelta, per il momento, è quella di rimanere nel Pd.

Dunque, la minoranza di Area Riformista non ancora Renzianizzata lavorerebbe, in prospettiva congresso 2017, alla candidatura di Speranza alla segreteria del partito, con una connotazione politica e programmatica da sinistra riformista. Certo, visto che anche Renzi si autoproclama “riformista”, il confronto tra alternativi riformismi è ancora tutto da decodificare.

Anche da notare, sempre in riferimento a Speranza, che si sta parlando di candidatura alla segreteria e non alla guida del governo, il che implica il rilancio della vecchia idea della minoranza Pd di stabilire una separazione dei ruoli tra guida del partito e guida del governo.

Dando per scontato che la segreteria, nel 2017, sarà appannaggio di Renzi o comunque di un suo candidato, l’obiettivo della minoranza è quello di portare Speranza oltre il 30% dei consensi, in modo da consolidare il ruolo della sinistra all’interno del Pd.

Naturalmente, è chiaro che la linea “nessuna scissione” è oggi anche dettata dai timori legati al nuovo sistema elettorale: con il premio di lista e il ballottaggio, il confronto per la vittoria è tra due partiti, o movimenti, e dunque lo spazio per nuove aggregazioni politiche con ambizioni di governo, a sinistra del Pd, diventa senza dubbio più problematico.

Le ripercussioni a breve termine per il Pd di Basilicata sono evidenti: per ora non ci sarà nessuna scissione, a parte qualche uscita isolata dal campo Civatiano (ma il comunicato Labriola-Paradiso è sufficientemente ambiguo da riuscire a contemplare tutto e il suo contrario). E perfino Folino, seppure un po’ defilato, sposerà questa linea Bersani-Speranza.

Bene, ma se questa è la strategia del diavolo per le pentole, allora, dove sono i coperchi? Il primo coperchio, ma non in ordine di importanza, riguarda il fatto che questo piano dipende in modo importante dalla circostanza che la legislatura si concluda regolarmente nel 2018 o che, in ogni caso, il congresso Pd e la misurazione dei rapporti di forza interni preceda le elezioni politiche. Il che può anche essere ma le probabilità a me non sembrano elevate. Non è infatti chiaro quale interesse abbia Renzi a portare avanti una dialettica parlamentare permanente con la minoranza in condizioni di numeri così risicati al Senato. Cioè, è possibile che la minoranza continui a disegnarsi all’interno delle proprie strategie un Renzi che non esiste nella realtà. E se si andasse al voto anticipato, prima del congresso, sicuramente la componente di minoranza verrebbe quasi estinta d’autorità. Certo, va pure sottolineato, la situazione non è semplicissima neppure per Renzi: se accelera verso il voto non porta a casa la riforma costituzionale e il sistema politico-costituzionale a quel punto si trova in un pericoloso limbo.
La seconda debolezza riguarda invece il ruolo di mera interdizione, di condizionamento da una posizione di minoranza interna, che sceglie in questo schema la sinistra Pd. Ma, del resto, se la minoranza fosse stata più decisa e più pugnace avrebbe dovuto combattere a fondo l’ipotesi, peregrina per il sistema politico italiano, di un premio di maggioranza legato alla lista in luogo delle coalizioni. In pratica, un bipartitismo introdotto per decreto e ritagliato come abito su misura per una elezione diretta, di fatto, del leader del partito vincente.

Diciamo che, come minimo, in quanto a tempismo, negli ultimi due anni Renzi ha sistematicamente vinto il confronto con Bersani e con gli altri esponenti dell’area critica del PD.

Riassumendo, il piano Bersani-Speranza ha una sua logica interna ma è condito da debolezze non piccole. Nemmeno trascurabile il fatto che qualcosa a sinistra, di vincente o di minoritario si vedrà, è destinato comunque a nascere, Speranza o non Speranza, in tempi brevi.

In conclusione, appare molto sensato, per quanto forse intrinsecamente non risolvibile, il dilemma cantato dai Clash nei primi anni 80, che ha aperto questo post e che qui viene ripresentato nella traduzione italiana.

“Devo restare o devo andare?
Devo restare o devo andare?
Devo restare o devo andare ora?
Se andrò via saranno problemi
e se resterò ce ne saranno di più
Allora vieni e fammelo sapere
Vieni e dimmelo
Devo calmarmi o devo fuggire?”

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