Storia di Matera. Il 21 Settembre 1943. Uno scambio tra Adduce e Caserta.

La MiliziaOggi poniamo all’attenzione dei lettori una discussione tra l’attuale sindaco di Matera, Salvatore Adduce ed il suo (ex) professore di Liceo e nostra (attuale) prolifica penna, Giovanni Caserta.

In uno spazio del blog si sono confrontati su un tema che, abbiamo ormai motivo di ritenere, è destinato a dividere gli “storici” e appassionati di “cose materane” per molti  anni ancora su quella che alcuni definiscono “sollevazione della città di Matera contro l’oppressione tedesca” del 21 settembre del 1943.

La retorica vuole che Matera sia stata la prima città del meridione d’Italia ad insorgere contro i tedeschi. Con Caserta, autore di un volume dedicato ai fatti del 21 settembre, abbiamo agli inizi del 2012, provato a raccontare i fatti secondo quel che è emerso dagli studi e ricerche del professore, nello stile asciutto e svuotato di retorica che caratterizza anche la sua pubblicazione e che ad alcuni, anche per questo forse, non è molto piaciuto. Qui, per chi non l’avesse visto il video-documentario. Di seguito invece, lo scambio tra i due.

Donato Mola

 Il mio breve discorso pronunciato in occasione del 70° del 21 settembre

Umilmente, come sempre, offro un piccolo spunto al professore mio.

di SALVATORE ADDUCE –  70 anni sono tanti. Corrispondono ad una intera vita! L’Anniversario dell’eccidio nazista del 21 settembre 1943 merita però di essere ricordato con la stessa intensità di una volta. Anzi con maggiore intensità proprio in considerazione del tanto tempo trascorso.
Proprio perché il trascorrere inesorabile del tempo può farci commettere l’errore di considerare superfluo l’esercizio della memoria.

Anche per questo al 70° anniversario abbiamo voluto dare il giusto rilievo affiancando alla manifestazione tradizionale che svolgiamo qui una iniziativa ulteriore che si terrà nel pomeriggio in piazza Pascoli con la proiezione di un documentario “Memorie dei protagonisti del 21 settembre 1943“ a cura di Videouno / Openet e con l’introduzione di Francesco Ambrico curatore delle ricerche storiche a cui parteciperanno il prof. Caserta, il prof. Lisanti e il dott. Gianfranco Pagliarulo vice presidente dell’ANPI.

Abbiamo chiesto all’ANPI di essere qui oggi proprio per collegare l’episodio tragico del 21 settembre 1943 di Matera con i grandi valori della Resistenza e della lotta di Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo.

Il rischio della retorica è sempre incombente. E tuttavia noi abbiamo il dovere di ricordare. Il dovere di ricordare quelle vittime innocenti che hanno partecipato ad una Resistenza senza conoscerla. Martiri della lotta di Liberazione senza saperlo. E forse proprio per questo ancor più meritevoli della nostra considerazione!

Ancora oggi molti di noi si chiedono cosa realmente sia successo 70 anni fa a Matera in queste stesse ore in cui noi svolgiamo questa manifestazione.
Ed è proprio alla ricerca storica che noi chiediamo a 70 anni da quella tragedia di non considerare chiuso quel capitolo.
Non per alimentare dispute o peggio ancora rancori che non hanno ragione di esistere.
Ma per capire, interpretare, ragionare!

In questo breve discorso intendo riferirmi alla sorte di uno solo dei 24 trucidati. Lo faccio rivolgendomi soprattutto ai giovani. E al tempo stesso a chi deve con molta serietà considerare l’episodio di Matera non come una concatenazione di circostanze sfortunate, ma come un vero e proprio segnale di ribellione civile!

Parlo di Vincenzo Luisi di Cosimo, un ragazzo di 16 anni.

Era sulla via Lucana nei pressi della Caserma e ebbe la sventura di gridare: “arrivano gli Americani!”. I soldati tedeschi lo udirono. Fu catturato e rinchiuso nella Caserma. Di lì a poco sarebbe finito maciullato insieme ad altri 10 sventurati dallo scoppio dell’edificio che i tedeschi minarono.
Che cosa voleva dire il grido di Vincenzo Luisi, “arrivano gli Americani”? E soprattutto come interpretarono quel grido i soldati tedeschi?
Era forse il grido di un ragazzo che senza malizia esprimeva con impeto al tempo stesso una rabbia repressa per i soprusi subiti da una intera popolazione e la gioia che qualcosa stava succedendo che avrebbe portato ad un cambiamento?

C’era in quel grido la testimonianza che a Matera tra i vicoli e le grotte dei Sassi, nella case malsane, rese ancor più inospitali dalle scelte del regime fascista, qualcosa si muoveva e si muoveva contro i soprusi dell’occupazione tedesca.
C’erano atti di eroismo in quei giorni? Forse si!
Ne avremmo avuto testimonianza qualche anno dopo, alla fine della guerra quando da Matera partì quel grande movimento per la riforma fondiaria, con l’occupazione delle terre del latifondo.

C’era in quel grido la spiegazione di una vicenda che troppo sommariamente fu all’inizio archiviata e solo molti anni dopo, grazie all’impegno di tanti studiosi, storici, giornalisti, intellettuali e semplici cittadini finalmente riconsiderata.

Primo fra tutti voglio ricordare Francesco Paolo Nitti che fu protagonista dei fatti del 21 settembre.
Anche grazie al suo impegno fu possibile onorare quelle vittime con la medaglia d’argento al valor militare alla nostra città!
E più recentemente i lavori di Vito Sebastiani hanno fatto nuova luce su quella tristissima giornata.
Non sufficientemente indagato quel grido del sedicenne Vincenzo Luisi.

Da lì signor vice Ministro forse dobbiamo ripartire per riconsiderare la richiesta pressante che Matera a 70 anni dall’eccidio del 21 settembre 1943 ancora rivolge allo Stato: il conferimento della medaglia d’oro al merito civile.
Intanto consentitemi di dedicare questo 70’ anniversario della strage nazista di Matera al giovane sedicenne Vincenzo Luisi di Cosimo, martire materano!

Breve e per questo necessariamente incompleta risposta a Salvatore Adduce

di GIOVANNI CASERTA –  Caro Salvatore, è difficile passare dal mito alla storia., anche se i miti sono pur essi necessari. Ma solo per il tempo strettamente necessario; in caso contrario sconfinano nella retorica e nel falso. Spero che nessuno mi darà del filo-fascista o del filo-nazista; ma la verità è che non si può arrivare all’anno 2100 e commemorare ancora i caduti del 21 settembre 1943 solo perché, nel frattempo, non c’è stata, per fortuna, un’altra guerra. Che se ci fosse un’altra guerra, i morti del ‘43 sarebbero accantonati come è successo dei Caduti del 1915 -18, per cui voglio spendere una parola alla fine di questa mia breve e necessariamente incompleta risposta.

Vediamo:

  • I tedeschi a Matera avevano deciso di andare via e l’avevano annunziato al maggiore dei CC. D’Amato.Lo dimostra il fatto che il maggiore dei CC si guardò bene dal mettersi di traverso. Sarebbe stata una inutile carneficina. Me lo ricordava qualche giorno fa il suo attendente, ancora vivente;
  • Che i tedeschi fossero pronti per andare via lo dice il fatto che, due ore dopo la sparatoria nella oreficeria Caione, erano già fuori Matera;
  • Se i tedeschi avessero voluto fare ostaggi, ne avrebbero presi a volontà tra gli abitanti circostanti al palazzo della Milizia. Prendevano solo persone che venivano di fuori e sospettavano che fossero spie, tanto più se si trovavano a passare tra la Milizia e l’avamposto alleato;
  • Se presero qualche materano, lo trattennero solo il tempo necessario per identificarlo (vedi testimonianza del giovane Bronzini, credo ancora vivente a Roma);
  • Matera ebbe solo quattro ostaggi su 12 (gli altri otto erano leccesi e tarantini. Su questi ultimi, fra i quali un parente acquisito di mia moglie, venuti per una udienza in tribunale, puoi sentire il pensiero-ricordo di Michele De Ruggieri)
  • I due Farina sarebbero stati liberati, se la sorella e figlia fosse arrivata in tempo con le carte di identità!
  • Su 22, i morti materani furono solo 11 (fra i quali i due Frangione, che, però, venivano da Potenza). Questo spiega perché Matera e i materani, a livello di popolo e di città, si accorsero poco del 21 settembre 1943 (prima, durante e dopo);
  • A sparare nella oreficeria fu il Capitano Cozzella, veneto, che poi si andò a curare un dito in ospedale, scomparendo dalla scena;
  • Lo stesso ruolo di Nitti, nella sparatoria, è piuttosto in ombra, a parte il merito di aver parlato dell’evento (tant’è vero che nessuna medaglia gli è stata data, nonostante fosse stata richiesta);
  • Io, sia ben chiaro, mi sarei comportato esattamente come Farina padre e avrei cercato di avere con denaro il riscatto di mio figlio; ma non avrei mai dato valore resistenziale alla mia azione, che salvava Farina figlio, ma non l’amico di Farina figlio, cioè il povero soldato Pietro Tataranni, che nessuno ricorda nelle commemorazioni;
  • Il Manicone che assale un giovane austriaco mentre si fa la barba e consegna la pistola, che cosa diventerebbe, se ad essere accoltellato impunemente fosse stato un soldato italiano in Grecia o in Albania?
  • E lascia stare il Luisi, sedicenne, che grida “Sono arrivati glia Americani”. Chi l’ha sentito? Il povero Luisi fu solo vittima della sua curiosità. Si avvicinò troppo al palazzo della Milizia e fu sparato (lo dimostra il fatto che, tra i caduti sotto le macerie della Milizia, è l’unico che risulta morto per proiettile, non perché schiacciato dalle rovine);
  • Nessuno dei caduti a Matera cadde per aver imbracciato un fucile contro i tedeschi (tranne, forse, il finanziere Rutigliano).Insomma, i caduti di Matera sono caduti di guerra non della Resistenza. Morti per caso, dunque, e, perciò, non più degni di riconoscimento che i caduti di altre guerre e, in particolare, della guerra 1915 -18, che morirono in trincea, non per caso, ma perché soldati, cioè per dovere, armi in pugno o sbudellati dalle baionette austriache. A proposito dei quali, non mi piace che abbiano dovuto cedere il posto allo sciacquone, in piazza Vittorio Veneto. E ti faccio una proposta, che ho già fatto al tuo direttore-manager Roberto Cifarelli. Fra poco cominceranno le celebrazioni della prima guerra mondiale, ricorrendo il primo centenario di essa. Presso il ministero della Difesa (credo) si stanno già facendo i preparativi. L’augurio è che non si facciano celebrazioni antiaustriache, ma commemorazioni contro la guerra e per la pace. E ti do un mio pensiero. Saranno o sono già stati previsti dei fondi. Matera potrebbe-dovrebbe chiedere uno stanziamento per il “ritorno” del Monumento ai Caduti 1915-18 al suo posto vero e storico, cioè al centro di piazza Vittorio Veneto (attento al nome). Che facciano qualcosa i nostri parlamentari. Sarebbe il giusto omaggio da rendere a quei contadini morti per dovere, pur senza capire la ragione del loro sacrificio. Il Ministero non dovrebbe di re di no. Tra i caduti del 1915-18 ci sarà pure qualche Loperfido o Tataranni o Manicone o Guida.. E perché, caro Sindaco, dovrebbero contare meno dei loro omonimi del ‘43?

PS). E perché tra coloro, benemeriti, che hanno parlato del 23 settembre a Matera, citi Nitti e Sebastiani e non citi me? Forse perché non ti piace la mia ricostruzione, pur apprezzata da molti testimoni del tempo, e non solo? Non è un buon motivo, essendo quasi una discriminazione. Ma io sono il tuo professore. E un professore non si può offendere per il comportamento di un alunno (esattamente come un padre non si offende per il comportamento del figlio)!

Perciò, con affetto sincero,
Il tuo professore

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16 Comments

  1. Salvatore Adduce says:

    Il professore mio rischia la crisi di nervi: addirittura si offende perché non lo avrei citato. Ma la citazione c’è: è nella descrizione della manifestazione stessa. Sbaglia clamorosamente il professore mio, forse per la fretta o sempre per i nervosismo quando afferma che i caduti della guerra 1915-18 sono stati accantonati. Ma è proprio il contrario. Ogni anno ricordiamo quella carneficina con la stessa solennità e facendo sempre bene attenzione ad evitare la retorica della violenza e della guerra. Trasmetterò al professore mio il mio discorso del 4 novembre al termine del quale, chiedendo il permesso all’arcivescovo, ho invitato tutti a “scambiarsi un segno di pace”. Ho promosso l’11 settembre 2011 la commemorazione della tragedia delle torri gemelle a New York. Nè potremo mai dimenticare e trascurare gli anniversari di qualunque tragedia così come dobbiamo ricordare le cose belle, quelle splendide come abbiamo fatto qualche giorno fa per il 20′ anniversario dell’inserimento di Matera nella lista UNESCO… Secondo me sono cose importanti che devono essere trasmesse ai più giovani e alimentano la coesione della comunità. Trovo poi incauta la considerazione del professore mio, ma sono certo che la fretta lo abbia di nuovo tradito, sulla circostanza che nessun materano avrebbe imbracciato fucili. Neppure i martiri delle fosse Ardeatine imbracciarono fucili, eppure….
    Per il resto ho chiesto proprio a Caserta e agli altri storici di aiutarci a ricostruire, a indagare a ricercare per capire. Fuori da ogni retorica

  2. Giovanni Caserta says:

    Non rispondo. Ancora una volta chiudo con un sorriso. Altro che crisi di nervi. Sunt lacrimae rerum!

  3. Francesco Foschino says:

    Sinceramente l’analisi di Caserta non è convincente.

    Parto dalla fontana della piazza, che non è lì per caso. E’a simbolo del sottostante palombaro, è posizionata nel punto di confluenza delle acque nella sottostante cisterna, ed è posta fra due “vicinati a pozzo”, quello del fondaco di mezzo e quello di San Domenico, interrati nel corso dell’Ottocento. Il Monumento ai Caduti è stato traslato di 10 metri, circondato dagli ulivi, simbolo della pace. Era allineato alla Via xx settembre, ma con la pedonalizzazione della piazza, l’apertura dei vicinati a pozzo e la riscoperta del palombaro lungo, ha più senso dove si trova adesso.

    Ora affronto la questione più importante: il 21 settembre.
    Capisco che non si debba cadere nella retorica e presentare la Matera del 21 settembre come un’intera città insorta contro l’invasore tedesco (a 13 giorni dall’armistizio), ma non si può negare che i caduti della Milizia siano morti per una rappresaglia tedesca ed in qualità di ostaggi.

    Non si regge in piedi l’ipotesi che i tedeschi abbiano rastrellato le prime 12-13 persone che passando da quelle parti potessero essere sospettate di essere spie (compresi ragazzino e padre Farina?) e fossero state uccise per quel motivo.

    Puntualizzare che si tratta di “caduti di guerra” e non di “caduti della Resistenza” è alquanto accademico, in quanto la Resistenza è stata guerra anch’essa. Per “Resistenza” intendiamo la lotta per liberare l’Italia dall’esercito nazista. Pertanto vi rientrano tutti gli scontri avvenuti su suolo italiano fra l’esercito nazista e i suoi oppositori. Non è necessario avere avuto la tessera di partigiano o aver imbracciato un fucile per essere un caduto della Resistenza. Per quanto li si descriva come sporadici e estranei alla città, i fatti nella loro semplicità sono i seguenti:

    1- Nel territorio della città di Matera, una delle prime volte in assoluto, alcuni cittadini o militari italiani (fossero anche 2 o 3) compirono atti contro l’esercito nazista: fosse anche una pugnalata ad un soldato dal barbiere o un militare veneto che uccide un soldato in una gioielleria o un finanziere in armi; e fosse anche mentre ormai i tedeschi erano in ritirata, e questo dettaglio al contrario che sminuire, esalta il gesto.
    2- Come rappresaglia, l’esercito nazista rastrella oltre 10 civili e militari inermi, incolpevoli, come ostaggi, raccolti casualmente (e sicuramente non perché sospettate di essere spie), e minando l’edificio dove li aveva raccolti, li uccide.

    Non è importante stabilire quanti fossero i materani, se il giovane Luisi sia stato ucciso per la sua curiosità, di dove fosse il soldato che uccise il tedesco nella gioielleria, quante persone abbiano imbracciato fucili fra quelle della Milizia, se i tedeschi siano andati via cacciati dai materani o fossero già sulla strada.

    Ribadisco però che Matera è stata teatro di uno dei primi episodi dove alcuni cittadini e militari italiani abbiano attaccato membri dell’esercito tedesco, che per rappresaglia hanno raccolto ed ucciso civili italiani.

    Cioè Matera è stata teatro di uno dei primi episodi della Resistenza.
    Possiamo discutere se essere “teatro” dell’episodio voglia dire aver avuto partecipazione popolare o aver causato la partenza dei tedeschi.
    Ma questo non si discute: tutti i caduti di quel giorno, anche chi fu rastrellato per caso, anche chi era estraneo alle vicende, sono caduti della Resistenza.

  4. Giovanni Caserta says:

    Caro Mola,
    c’è gente a cui togliere il giocattolino produce crisi esistenziale, nel nostro caso resistenziale.

  5. Francesco Foschino says:

    Io ho onorato il Professore di una argomentazione.
    Non è elegante che lui risponda con uno sfottò.

  6. mario scalcione says:

    lascio interpretare la storia agli storici.
    Ma non si puo rimanere indifferenti all’ipocrisia del nostro Adduce , sempre bravo a farci sarmoni sulla resistenza, sul sacrificio dei partigiani o di quei” poveri cristi” deceduti perchè erono li per caso. I martiri della resistenza si rivolteranno nella tomba, ogni volta che il nostro caro Adduce li menziona, se fossero vivi credo che non perderebbero un minuto ad rimbracciare i fucili, per cacciare questi ipocriti

    Sandro Pertini

    Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro,che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli?

    Questo non è un uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è libertà.

    Ringraziamo Adduce e suoi degni compari di merenda, artefici di un nuovo fascismo, che non usa i maganelli ma l’indifferenza.
    Prima di commemorare i morti,si adoperasse a ricordarsi dei vivi

  7. Donato Mola says:

    Caro Mario, come sempre sono qui a ricordarti che stiamo rasentando il limite “tollerato” della sana e rispettosa discussione che in questo blog veneriamo.

    Le opinioni tue, come quelle del sindaco, di Caserta e chiunque altro sono bene accette… nei limiti, appunto, del rispetto reciproco.

    Personalmente, aggiungo, mi piacerebbe anche (per cambiare discorso) che il professor Caserta da buon conoscitore della materia che stiamo trattando, rispondesse nel merito alle osservazioni sia di Francesco Foschino che del sindaco Adduce. Lo chiedo per me, che sono curioso sempre, di approfondire la conoscenza di momenti storici che non ho vissuto direttamente.

    Grazie a tutti voi :-)

  8. mario scalcione says:

    mi scuso, con il responsabiler di questo sito, se il mio commento è andato oltre il limite consentito.Ma la storia dovrebbe servire a capire il presente, da dove veniamo e dove andremo.

    Non dico un ‘eresia se penso che la morte di tanti uomini non è servita ha darci la liberta sperata, che siamo passati da un regime, ad un altro, forse anche peggio di quello fascista.
    Forse fra 20 anni, spero anche prima, quei fischi in piazza durante l’ultimo comizio saranno ricordati come l’inizio del riscatto del popolo materano contro l’oppresione di questo nuovo regime.

    Se i commneti non sono attinenti al tema, li puoi eliminare, non te ne faro una colpa, siccome il sito è tuo è giusto che l’ultima parola spetta a te.Non gridero alla censura.

  9. Giovanni Caserta says:

    De hoc satis
    Caro Mola,
    mi inviti a dare una risposta a Foschino e Adduce e a chiunque sia curioso di sapere. Rispondere in quattro righe alle obiezioni che mi sono state mosse – è inutile ripeterlo – non è facile, anzi non è possibile. Rimando alla nostra lunga rievocazione, di quasi un’ora, e al mio saggio di quasi 150 pagine, che, disponibile in libreria, va ben al di là dell’opuscoletto di Nitti e delle interviste di Vito Sebastiani. Ora, che il Sindaco Adduce, parlando di coloro che hanno ricostruito le due ore del 21 settembre, citi Nitti e Sebastiani e non me, pensando di averlo fatto solo perché mi ha inserito a fianco ad altri due “relatori”, e senza dire che della vicenda ero scrittore, non è corretto. Credo che, sostanzialmente, dipenda dal fatto che la mia ricostruzione non piace a chi rivendica e ama i distintivi. Ma è proprio tanto importante, per stanchezza, avere un riconoscimento di medaglia d’oro a settant’anni di distanza, dopo che lo stesso è stato a più riprese negato? Non cito i nomi di coloro che furono testimoni dei fatti del 21 settembre che, in tutta riservatezza, ma qualcuno anche per lettera privata, hanno riconosciuto che le cose andarono esattamente come io le ho ricostruite. E mi sapete dire perché costoro non vanno in pubblico? Perché nessuno, sul nostro blog, prende le mie difese? Sapete per quanto tempo ho tenuto il mio saggio nel cassetto, incerto se pubblicarlo o meno? Sapete quante persone, pur di livello politico e culturale molto in vista, hanno letto il testo prima della pubblicazione e mi hanno detto:”Ma chi te lo fa fare?”. Ho invitato i miei interlocutori, compresi Adduce e Foschino, a sentire la testimonianza di Michele De Ruggieri, il cui genitore ospitò i quattro sventurati tarantini finiti nel palazzo della Milizia. Si legga la testimonianza dello studente Bronzini, che ebbe diretti contatti con i tedeschi, in quanto conoscitore della lingua. Attesta che i tedeschi, preoccupati di essere presi come in una tagliola e fare la fine del topo, temevano le spie e l’accerchiamento. Volevano avere una sicura via di uscita dalla parte opposta della città. Il maggiore D’Amato dialogava con loro ed evitò che i suoi carabinieri si scontrassero, anche per errore, con quella pattuglia di soldati ieri amici e improvvisamente nemici, armatissimi fino ai denti e attrezzatissimi (come mi ricorda un anziano amico, materano, che mi ha scritto in privato). Ai suoi carabinieri il maggiore D’Amato disse di lasciare la divisa e vestire abiti civili. Il maggiore D’Amato, per questo, fu processato per presunta connivenza con i tedeschi e assolto. Fu il più saggio di tutti.
    Non lo fu Cozzella, che, forte di una decina di commilitoni, nello strettissimo spazio della gioielleria Caione e Colella, sparò improvvidamente contro i due spauriti tedeschi che chiedevano oro, perché l’oro – mi ricordava un altro anziano amico a quel tempo soldato e fuggiasco nella penisola balcanica – è dappertutto commerciabile e spendibile. La signora Caione, parente mia acquisita, ha parlato con me decine di volte. Come giudicate uno che sparò inutilmente contro due giovani spauriti, non misurando le conseguenze del proprio gesto, in una condizione di altissima tensione? Quale forza di coraggio “patriottico” fu in quel gesto? Fossero stati anche dei ladri, meglio era seguire l’esempio del maggiore D’Amato. Per carità, cari Foschino e Adduce, non ditemi che, con questo, voglio giustificare l’eccidio della Milizia e della stessa Società Elettrica. Da giovane, in anni caldissimi, ho fatto comizi pubblici in tutta la provincia di Matera, contro il terrorismo nero, contro Almirante e contro la guerra in Vietnam. E lo sai bene anche tu, ex compagno Adduce. Ma il guaio era stato fatto, dal Cozzella prima e dal Manicone dopo (del quale mi dicono che fu tra gli Arditi, durante la prima guerra mondiale). Sono orribili fatti di guerra, di tutte le guerre, dovuti alla irritazione e alla disperazione di chi fin ad allora non aveva torto un capello alla popolazione e si sentiva il fiato grosso degli Alleati a due-tre chilometri di distanza. Puntualmente c’è chi inutilmente mi vuole ricordare – Oliva giornalista – che i tedeschi avevano sequestrato i mezzi di locomozione (due o tre automobili, presenti un città, una bicicletta, qualche motocicletta, persino un “postale”) e avevano bruciato vagoni dei treni, facendo allontanare i ferrovieri…Avevano anche pensato di tagliare l’elettricità e i telefoni… Bravo Oliva! Lo sapevo e l’ho scritto. Sono le misure minime che si prendono quando si deve scappare e bisogna tagliare i ponti (in senso materiale e metaforico) alle proprie spalle, per ritardare la marcia di un esercito inseguitore… E cercarono di fornirsi di un po’ di vettovaglie, naturalmente forti delle loro armi… I soldati italiani e di tutto il mondo in fuga, e gli stessi partigiani, si sono mai comportati diversamente?
    Allora, caro Mola, quando si sanno tutte queste cose, e altre, come si fa a tollerare che, facendosi belli di retorica, cui si concedono sempre troppi facili applausi, ti debbano contraddire contando sul fatto che è sempre bello e fruttuoso dire: “Quanto siamo belli! Nessuno è più bello di noi! Nessuno è più bello di voi, materani!”? Foschino dice che fu trattenuto il bambino Farina. Non è vero. Il bambino, da quei feroci tedeschi, fu rimandato a casa. Fu trattenuto il padre. Quei tedeschi, in quella situazione, erano sicuramente pronti a uccidere e farsi uccidere, meno a trattative. Bronzini dice che, se avessero avuto le carte di identità, i Farina venivano rilasciati, come erano stati rilasciati altri. Quale soldato in fuga chiede la carta di identità al nemico? Quei feroci tedeschi si fidavano della carta di identità! Fino alle quattordici circa del 21 settembre, nessun materano era tra i cosiddetti “ostaggi”. Domenico Losurdo, persona da me conosciuta, nel palazzo della Milizia (quasi un rudere, dove non c’era luce e non c’era acqua) era stato verso le tredici, per chiedere un lasciapassare per Altamura, dove era morta una sua sorella. Lo avevano rimandato a casa, dicendogli di tornare per le tre del pomeriggio! Per fortuna, abituato a fare la pennichella, gli “scappò” sonno. Quando si svegliò era già successa la sparatoria nella oreficeria, in via San Biagio. Lui abitava, come me bambino, in Rione San Biagio! Durante le due ore di “agitazione”, con i tedeschi che andavano furiosamente via e i materani che si preparavano ad una eventuale difesa (ma nessun attacco contro di loro), Loperfido, ferito, fu portato in ospedale. In ospedale fu anche portato il giovane soldato austriaco, ferito inutilmente nella sala da barba. E sapete chi lo portò in ospedale? Due materani. Sono filotedesco? No, eticamente sono per l’uomo, politicamente sono per l’Europa.
    Infine un’altra considerazione. Sotto i bombardamenti indiscriminati degli aerei alleati si ebbero vittime a Potenza e migliaia di morti a Foggia. Caduti di guerra. Però sotto le bombe americane e inglesi. E che dire di Cassino? Quanti morti di guerra e per caso! Sono morti senza gloria e spesso senza nome. Però cadevano sotto le bombe americane e inglesi. Smettiamola, perciò, di ubriacarci di retorica, in questa città. Vedi il 2019! Diamo alle cose l’importanza che hanno. Vedo che, tra i professi antifascisti di Matera, ci sono molti figli e discendenti di fascisti. A Matera lo erano tutti, tranne due o tre casi, appartenenti al folklore più che alla politica. Molti che fanno gli antifascisti oggi, quando i fascisti non ci sono, mi ricordano Sciascia che accusava molti che facevano (e fanno) professione di antimafia perché e bello e si fa carriera. Caro Mola, per capire che cosa fu la Resistenza e quale tragedia fu, che divise fra loro fratelli e sorelle, figli e padri, si faccia un giro per le strade di Emilia e Romagna, di Toscana e delle Marche, e si guardino i numerosi cippi che ricordano, uno per uno, i caduti combattenti per la libertà. L’odierna differenza tra Nord e Sud si spiega anche così.
    Ma, “de hoc satis”, caro Mola. La retorica, “vecchia bugiarda fanfarona, civetta con gli occhiali”, secondo Pirandello, è dura a morire… E guai a chi le si pone contro!

  10. Donato Mola says:

    Chiedo scusa, innanzitutto al professor Caserta se commento prima di aver letto integralmente il suo ultimo intervento. Però desidero farlo immediatamente perché ad una prima e superficiale lettura è saltato all’occhio un dettaglio per molti forse irrilevante e banale, per me importante e apprezzatissimo.

    Scrive il professore: “Perché nessuno, sul nostro blog, prende le mie difese?”

    Nel merito dei fatti e delle vicende non oso avventurarmi. Quel che conosco del 21 settembre l’ho appreso dagli opachi ricordi di mia nonna e dalle “diverse” pubblicazioni dell’argomento. Oltre che come ha ricordato lo stesso professore, dalla nostra frequentazione e dalla lettura del suo volume.

    Ho molto apprezzato, e lo ringrazio ancora, per i contributi autorevoli che pubblica su questo spazio collettivo e condiviso, e che appartiene anche a lui. E’ la parte che mi ha emozionato della domanda.

    Penso sia questo, al netto delle nostre differenze caratteriali e culturali, dei nostri percorsi e bagagli di esperienze e studi, più o meno “pesanti”, il valore di uno strumento come questo blog.

    Abbiamo, noi che ci scriviamo, un “comune sentire”, che guarda caso si ritrova spesso nel fondo di tutte le discussioni. Ed è questo che difendo, difendendo certo, anche il professore che detiene una fetta di questo spazio. Vorrei che fosse per lungo tempo ancora così, ed ognuno di noi, spero ne converrete, deve difendere il proprio pezzo di autonomia di pensiero e capacità di generosa esposizione di questo, anche e forse soprattutto quando sarebbe più facile liquidare il tutto in poche righe.

    Per noi che scriviamo, per quanti leggeranno. Difendiamolo insieme questo spazio collettivo (e diffuso) chè, mi sembra in città invece si stia andando verso un definitivo e controproducente appiattimento su un unico pensiero dominante. Qui, almeno tra noi, stiamo dimostrando che le differenze sono una risorsa preziosa :-)

  11. Francesco Foschino says:

    Ringrazio Caserta per l’argomentazione della risposta.

    La retorica è stata ben lungi dal mio intervento. Non ho mai detto che i materani siano i migliori o siano insorti contro i tedeschi. So bene che nel Nord Italia la Resistenza sia stata popolare ed organizzata, ma lì è avvenuta nel 1944, mesi dopo l’armistizio. Una città dove il 22 settembre sono arrivati gli alleati, non ha avuto neanche modo di organizzarsi per una resistenza, anche qualora avesse avuto cittadini volenterosi a farlo.

    Ora, riducendo tutto ad un sillogismo, Caserta ha le seguenti premesse:
    – i materani non sono insorti contro i tedeschi
    – i tedeschi non hanno compiuto azioni contro i materani
    – gli attacchi ai militari tedeschi sono stati singoli casi isolati
    – i tedeschi hanno preso chi sospettavano come spia uccidendola
    – chi è stato ucciso nella Milizia non aveva neanche imbracciato un fucile

    Da cui trae la conclusione:
    – non si è trattato di Resistenza, ma di un episodio di guerra come tanti

    Ora, per amor di dibattito non ho messo in dubbio neanche una delle premesse di Caserta (pur se nutro dubbi su di una: che sospettassero di essere spie tutti le vittime della Milizia).

    Il mio punto di vista è :date quelle premesse, che non discuto, rimane il fatto che Matera sia stata TEATRO di alcuni dei primi episodi della Resistenza.

    Non che i materani siano insorti, non che i tedeschi siano andati via grazie a quegli episodi, non che vi siano stati atti criminali dei tedeschi precedenti, non che vi sia stata una organizzazione.

    Io considero Resistenza qualunque atto commesso da italiani contro militari tedeschi a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943.
    L’uccisione dei tedeschi nella gioielleria e l’accoltellamento del soldato dal barbiere rientrano in questa casistica.

    Capisco il punto di vista di Caserta, che tenta di ristabilire elementi fattuali di fronte alla leggenda dela città insorta contro l’oppressore che era dedito a crimini, provocandone sia la fuga che la seguente rivalsa con le vittime della milizia.

    Ora però lui negando questa ricostruzione retorica che fa apparire Matera come una città insorta contro l’oppressore, non può negare che quei due episodi, della gioielleria e del barbiere per quanto isolati e sparuti, per quanto non provocati da atteggiamenti tedeschi e per quanto anche privi di conseguenze (nè la fuga dei tedeschi nè l’episodio della Milizia) ci siano stati. Io li annovero alla voce Resistenza, e lui no.

    Ma io non lo faccio per retorica, chè altrimenti smentirei le sue premesse. Lo faccio perchè definisco la Resistenza in maniera diversa dalla sua. E allora dovremmo discutere di cosa sia Resistenza e cosa non lo sia.

    Poiché per me la Resistenza non è stata fatta solo in modo organizzato, solo tramite i CLN, e in maniera strutturata, ma anche da una miriade di singoli episodi, slegati, immotivati, senza conseguenze, finanche da parte di persone dai nervi caldi e non ideologizzate, allora io annovero gli episodi accaduti nella città di Matera come Resistenza (si badi: non ho detto accaduti grazia alla città di Matera).

  12. materatown says:

    “Mamma adorata,
    quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande.
    Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna che tanto ho amata. Viva l’ Italia libera!”

    Lettera di Achille Barilatti 22 anni studente di Economia, partigiano poche ore prima di essere fucilato il 24 Febbraio 1944 dai nazifascisti a Ma…cerata!

  13. AntonioR. says:

    Ma allora questa Macerata è davvero un incubo per Matera!
    Ero già intervenuto lo scorso anno sulla ricostruzione di Giovanni Caserta, che è basata su una attenta analisi dei fatti e, inevitabilmente, su un preciso schema interpretativo all’interno del quale sono inseriti quei fatti. Se non ci fosse uno schema interpretativo, saremmo nella pura anedottica e fuori dalla riscostruzione storica.
    Dunque, una conclusione unanime sugli eventi del settembre 43 a Matera è impossibile, nè si può pensare che chi si sia già persuaso dell’eroismo resistenziale di quella vicenda materana, possa cambiare repentinamente idea una volta lette le riflessioni di Caserta. Ma nuove ricostruzioni aiutano a gettare nuova luce interpretativa sui fatti.
    A me non dispiace l’approccio anti-retorico e anti-nazionalmaterano che caratterizza scritti e ricerche di Caserta. Ciò detto, ripeto che mi pare difficile che si possa raggiungere qualche incontrovertibile conclusione su questa vicenda storica.

  14. Foscus says:

    Non è il Caso di Caserta, ma spesso ho notato che esponenti del vecchio PCI sminuiscano il 21 settembre perchè su quegli episodi non ci si poteva apporre l’etichetta comunista, in quanto si trattava di un paio di episodi isolati iniziativa di persone non ideologizzate e non riconducibili alla lotta partigiana politicamente intesa.
    Sarà un caso che le targhe in Via Cappelluti e in Via Lucana a ricordare i caduti della Finanza e della vecchia società elettrica, pur pronte da anni, siano state apposte solo da Buccico. (!)

  15. Donato Mola says:

    Se non ricordo male, ma qui può aiutarmi proprio il professore, su quelle targhe c’è lo “zampino” di Caserta.

  16. Giovanni Caserta says:

    Nessuno “zampino” diretto, caro Mola; ma una intima soddisfazione, sì, perché (almeno questo) si lasciavano materiali tracce della storia materana. Caduti della Resistenza o caduti di guerra, quei morti furono comunque vittime di una condizione bellica, cioè di odio. Ho manifestato sempre la mia soddisfazione, in particolare, per aver visto registrati, con nome e cognome, i caduti della Società Elettrica, anche perché, per la prima volta, si rendeva onore a Zingarello Pasquale o Giuseppe (o Zicarelli o Zigariello o Zigarelli o Zingaretto o Zincaretti…). Dei caduti del 21 settembre è l’unico a non avere una strada intestata. In data 23 luglio 2004, su “La Nuova Basilicata”, pubblicai un articolo chiedendo al Comune di Matera di fare delle indagini e, comunque, trovare una strada da dedicargli. Di Zingarello, di cui, come si vede non si conosce bene il nome e nemmeno il cognome, mi occupai anche presso il Comune di Enna e provincia, poiché un suo collega d’ufficio, ora deceduto, ricordava che era di Enna e dintorni. Purtroppo le risposte furono tutte negative. Forse un nostro giovane, che di informatica si intende molto meglio di me (come Ambrico, come Foschino) potrebbe risolvere il problema. Lo Zingarello era un single, impiegato presso l’ANEEA (Associazione Nazionale Enti Economici dell’Agricoltura), poi UPSEA (Ufficio Provinciale Statistico ed Economico dell’Agricoltura). Non era, dunque, nemmeno un impiegato della Società Elettrica. Il suo ufficio, però, era proprio di fronte alla Società Elettrica, angolo via Alessandro Volta. Era rimasto in ufficio, mentre lo stesso veniva chiuso nella confusione del momento. Forse pensò di recarsi dagli amici della Società Elettrica, di fronte, e dividere con loro la paura. Il suo collega, cui facevo riferimento di sopra, diceva, però, che fu trovato ucciso, affacciato alla finestra del suo ufficio… L’unica verità è che nessuno si recò al cimitero per riconoscerlo, non avendo parenti. Figura nel registro del cimitero, ma non in quello dei morti del Comune. Ed è stato dimenticato, fino alla lapide recentemente apposta sul muro della Società Elettrica.

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