Stranieri in Basilicata: diamo i numeri

DI RAFFAELE TANTONE – Le parole immigrato, rifugiato e richiedente asilo rimbalzano sempre più nel dibattito pubblico e nei media, ma i numeri a cui si riferiscono risultano estremamente variabili, se non campati in aria, allora ho ritenuto di mettere insieme i dati disponibili sul web, per contribuire almeno a dare una base di partenza alla discussione.

Nell’approcciarsi al tema delle migrazioni occorre premettere , che una soluzione non sembra all’orizzonte, ma al tempo stesso sembra chiaro che il bombardare con missili e merci prodotte in occidente, certamente non ci avvicina alla risoluzione del problema.

Per tali ragioni si ritiene opportuno concentrarsi sui numeri del fenomeno migratorio in Basilicata, al fine di aprire un dibattito pubblico finalizzato a migliorare le nostre capacità di accoglienza e di integrazione.

La prima immagine che mi sovviene osservando la cartina geografica e leggendo i numeri della popolazione lucana è quella di “ un buco nero demografico all’interno del mediterraneo”.

Di fatti la popolazione è passata da 597mila ab del 2001 ai 571mila del 2015, questo buco di ca30mila lucani in meno è stato parzialmente compensato da un aumento dei cittadini stranieri residenti, passati dai ca 5000 del 2004 ai ca 20mila del 2016(+300%).

Sul punto bisogna sottolineare come il trend di crescita della popolazione straniera sia riferito all’intero Paese, infatti i cittadini stranieri erano quasi 2 milioni nel 2004 mentre nel 2016 siamo a 5 milioni.

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La Basilicata continua ad avere una percentuale di popolazione straniera fra le più basse d’Italia ca il 3% contro l’8% nazionale, ma con crescita percentuale della popolazione straniera fra le più alte d’Italia.

Ad ogni modo nonostante tale scritto non intenda avere carattere scientifico, si ritiene opportuna una precisione terminologica sul significato di cittadino straniero, poiché nei numeri reperibili sul web basati sui dati Istat, si intende per straniero “la persona di cittadinanza non italiana avente la sua dimora abituale in Italia” per cui risulta straniero anche un francese.

Tale considerazione linguistica non è scevra di conseguenze politiche e sociali, perché per ragioni storiche e culturali su cui è inutile dilungarsi, non è l’invasione dei Francesi che preoccupa l’opinione pubblica europea seminando muri e populismi, ma bensì il flusso di migranti economici e rifugiati provenienti dall’Asia e dall’Africa.

Cosichè scomponendo i dati sulla base del Paese di provenienza, si evidenzia come dei richiamati 20 mila stranieri lucani quasi 13 mila sono Europei, mentre ca 3700 provengono dall’Africa, mentre gli asiatici sono circa 2400.

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A questi numeri va aggiunta una distribuzione territoriale degli stranieri piuttosto diversificata, ad esempio la città di Matera ha il doppio degli stranieri rispetto a Potenza, ed in genere si rilevano elevate presenze nei comuni a più forte vocazione agricola come del Vulture e del Metapontino.

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Inoltre questi numeri vanno integrati con quelli riferiti ai lavoratori stranieri che hanno lavorato in Regione in agricoltura, edilizia e nei servizi alla persona, che nel 2015 sarebbero circa 44.000 secondo la Task Force migranti della regione Basilicata, di fatti tale dato è stato rilanciato in un recente articolo del quotidiano “la Stampa”.

Infine vi sono i 2240 richiedenti asilo accolti all’interno dei centri Sprar e Cas, come comunicato orgogliosamente ed ufficialmente da Prefettura e regione Basilicata, sul punto occorre sottolineare che non tutti i comuni sedi di tali strutture registrino in maniera omogenea la presenza degli ospiti, ma l’aumento di circa 900 subsahariani emergenti dalle statistiche ufficiali sembra attribuibile alla presenza di tali centri (dall’anno 2013 si registra + 350 Nigeriani, +140Mali,+130 Gambia, +140 Senegal).

Infine rimane da sottolineare l’impatto della distribuzione su base nazionale dei richiedenti asilo sulla popolazione straniera preesistente, per cui dando per assunto che la maggior parte dei richiedenti provengano dall’Asia e dell’Africa, in Basilicata l’impatto dei 2240 richiedenti asilo su una comunità di 6000 asiatici ed africani è di un più 37%, in Lombardia e nel Lazio è inferiore al 4%, in Calabria al 12% .

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Pertanto dopo aver sintetizzato i dati del fenomeno migratorio lucano, lasciando al lettore la libertà d’interpretarli ed avendo quindi esaurito il principale obiettivo di questo scritto, in considerazione dei piccoli numeri che permettono una facile individuazione dei target, ci si permette di suggerire alcune priorità ed azioni specifiche:

  1. stranieri provenienti dall’Europa dell’est e dai Balcani, quasi 12mila persone , che risultano spalmati su tutto il territorio regionale, occupandosi dei servizi alla persona e nel settore edilizio.
    La loro integrazione andrebbe rafforzata essendosi consolidata nel tempo, ma bisogna fare ancora molto per l’applicazione dei contratti di lavoro ed il giusto salario in settori nevralgici per l’economia;
  2. azione per i nord Africani quasi 3000 persone, anch’essi in larga parte risiedono da tempo in Basilicata con impieghi nel settore agricolo e del commercio, ebbene oltre alle azioni sopra indicate in tema di lavoro, si è in tempo anche per integrare al meglio la seconda generazione di nuovi lucani, vero punto debole delle politiche culturali sul tema applicate in Europa, ed i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti;
  3. politiche specifiche andrebbero implementate rispetto alle comunità indiana (980) e cinese (800), i primi tengono in piedi il settore della pastorizia e lattiero caseario, mente i secondi lavorano maggiormente nel commercio e nell’industria con una concentrazione su Matera citta per circa 540 unita.
    Per tali comunità oltre ai diritti del lavoro, occorre implementare gli sforzi d’integrazione linguistica e culturale, perchè il confine fra una comunità discreta ed un ghetto è veramente sottile;
  4. Azioni destinate ai lavoratori agricoli stagionali (almeno 10/15mila persone) che giungono nel Metapontino e nel Vulture, che spesso vivono in alloggi inadeguati e sono vittime del caporalato,
    A questo proposito migliorare l’incrocio fra domanda ed offerta di lavoro, oltre ad una serie di servizi di trasporto mirato, potrebbero fare molto per rendere più civili e legali le condizioni di vita e di lavoro, anche l’applicazione di contratti quadro per gli affitti potrebbe aiutare, forse più dei campi profughi improvvisati puntualmente ogni anno. Ovviamente senza informatizzazione tali servizi risulterebbero limitati, poiché solo l’accesso tramite il web faciliterebbe l’inoltro delle richieste prima che i migranti economici giungano in loco;
  5. Da ultimo vi sono i richiamati richiedenti asilo ospitati nei centri Sprar e Cas per circa 2240 persone, provenienti per la maggior parte dall’Africa Sub Sahariana o dal medio oriente ed Asia.
    Sul punto in primis va sottolineato che rappresentano un target mutabile, nel senso che vi è un’alta rotazione tra gli ospiti dei centri, che spesso rimangono in Basilicata per rifocillarsi, fare controlli medici ed attendere l’esito della domanda d’asilo, per poi tentare di ricongiungersi ai propri familiari in nord Europa, per cui andare oltre il mero controllo sanitario e burocratico è oggettivamente difficile (a proposito quanto costano ai lucani le prestazioni fornite gratuitamente a tale scopo?) .

Ad ogni modo se si vuole badare all’accoglienza ed all’integrazione, bisogna sottolineare che mentre la prima può esaurirsi nell’offrire vitto, alloggio ed assistenza sanitaria e legale, l’integrazione è un fenomeno più complesso che non può essere realizzato esclusivamente per via legislativa.

Un fenomeno che va affrontato in maniera sinergica fra tutte le istituzioni, purtroppo allo stato attuale, tale livello di cooperazione non pare raggiunto, cosichè se esistono comuni che riescono a programmare la presenza di tali centri sul loro territorio, ve ne sono altri che si ritrovano dalla sera alla mattina dei mega centri assolutamente sproporzionati rispetto alla popolazione residente.

Ed ancora nelle scuole non vediamo mediatori culturali, per integrare i neo allievi che in alcuni comuni contribuiscono a tenerle aperte, proprio perché la distribuzione dei rifugiati sta interessando anche i piccoli centri, i quali in assenza di stranieri preesistenti stanno decuplicando le presenze senza alcuna programmazione a monte.

Inoltre vi è da considerare la condizione dei lavoratori impegnati in questo settore, sia avendo riguardo agli addetti delle prefetture, che si occupano del disbrigo delle pratiche legate al riconoscimento del loro status, sul punto non risulta che gli addetti siano stati raddoppiati e siamo ancora in attesa che si costituisca una commissione giudicatrice lucana, mentre adesso i richiedenti asili trattano le loro cause recandosi a Crotone , Salerno e Bari.

In secondo luogo vi sono i lavoratori dei centri di accoglienza, che sono quotidianamente a contatto con rischi sanitari e di ordine pubblico, spesso con un numero di ore che non garantisce un reddito dignitoso, e che come verificatosi ultimamente sono anche soggetti alla perdita del posto di lavoro in deroga alla continuità lavorativa nel settore dei servizi.

A questo proposito si avverte il bisogno urgente di un contratto integrativo territoriale dei lavoratori che operano nella cooperazione sociale e nel terzo settore, in modo da obbligare i soggetti che partecipano alle gare per l’apertura dei centri, al rispetto di alcuni standard contrattuali.

Perché l’accoglienza temporanea si può improvvisare, ma l’integrazione è un’altra storia e sinceramente gli appelli buonisti a rendere disponibili le case sfitte, rischiano di lasciare il tempo che trovano o peggio ancora di alimentare risentimento e rabbia da parte di quei soggetti che sono esclusi, ivi compresi coloro che sono in difficolta economica, senza distinzione fra italiani e stranieri che non sono all’interno del circuito dei richiedenti asilo.

In conclusione si ritiene di offrire tali riflessioni, come base di discussione per elaborare soluzioni lucide e pragmatiche.

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