Un incontro con Nannicini su “idee per un programma di governo”.

Giovedì della scorsa settimana si è svolto a Modena un incontro, informale, tra alcuni docenti del Dipartimento di Economia e Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza nel Governo Renzi e attualmente consulente di Renzi (e dunque del Pd) sul programma per la prossima legislatura. Nannicini è un economista competente, non appartiene a gigli e parrocchie e, sul piano politico-culturale, è un “liberal”. Naturalmente, dal mio personale punto di vista, corresponsabile di più di un disastro di Matteo.

Il formato dell’incontro di Modena era libero, con non più di 5 minuti per intervento, su temi liberamente scelti dagli intervenuti e affini alle competenze di ciascuno. Io mi sono soffermato su un paio di argomenti di carattere politico-macroeconomico.

Pubblico qui su HyperBros il resoconto del mio intervento.

Antonio Ribba

La Spagnola.

Parlando di economia e di crescita, val la pena iniziare proprio dalla legge elettorale. Le forze politiche italiane devono avere la piena consapevolezza che con la chiusura del paracadute di Draghi, tra la fine del 2017 e la fine del 2018, paesi dalla struttura politica instabile e con squilibri strutturali, (in pratica l’identikit dell’Italia) saranno esposti a rischi elevati.

L’Italia, con le sue vecchie e nuove fragilità, non può permettersi la sindrome spagnola: mesi di stallo post-elezioni senza la capacità, o meglio la possibilità, di formare un governo. C’è, come ovvio, anche l’aspetto dell’omogeneità degli indirizzi politici e programmatici di una maggioranza ma, di questi tempi, forse è meglio non pretendere troppo. Dunque, falliti i sistemi ultra-maggioritari, nei prossimi mesi occorre fare uno sforzo per non cadere nella trappola dell’incertezza politica ultra-proporzionale. Forse, in questo momento, il sistema più razionale al quale si può realisticamente puntare è un proporzionale con un premio di coalizione, che favorisca aggregazioni tra non lontani, se proprio non è possibile tra vicini. Incluse robuste soglie di sbarramento. Invece, il proporzionale con premio alla lista, che attualmente pare preferito dalla maggioranza del Pd, dà la quasi certezza della “Influenza Spagnola”.

Naturalmente, se sul mercato politico si dispone di altre soluzioni, in grado di meglio contemperare rappresentatività e governabilità, ben vengano. Ma non pare tirare aria.

Investimenti pubblici ed Europa.

La battaglia politica e culturale contro l’austerità in Europa è meritoria ma portata, eventualmente, avanti dall’Italia suona anche un po’ patetica. Con un debito pubblico oltre il 130% e alla luce delle dosi massicce di flessibilità di cui ha goduto il paese negli ultimi 3 anni, proporre politiche miranti al mantenimento, o al limite all’ampliamento, dei disavanzi di bilancio pubblico appare né credibile né auspicabile. Una battaglia più sensata riguarda invece la dimensione (e la qualità) degli investimenti pubblici, visto che anche organizzazioni non particolarmente sovversive come l’OCSE sottolineano il collasso della spesa per investimenti in Italia avvenuto negli ultimi anni: 2,2% la quota sul Pil, la più bassa da 25 anni. In sostanza, i tagli di spesa e gli aumenti di imposta, quali strade per il rientro da elevati disavanzi, trovano sempre, ed anche giustamente, forti resistenze nei gruppi sociali e nelle forze politiche ma non si sono mai viste manifestazioni di piazza e proteste in difesa degli investimenti pubblici.

Dunque, più che mettere in discussione il principio e l’obiettivo del pareggio di bilancio, è sensato perseguire il pareggio ma aprendo un fronte per l’adozione di una moderata golden rule a livello europeo: consentire nel triennio 2018 – 2021 un finanziamento in disavanzo della spesa pubblica per investimenti sull’ordine di uno, meglio due, punti di Pil, possibilmente coordinato a livello europeo. Per l’Italia, una spesa di 15 – 30 miliardi di euro. Per fare cosa? L’arretratezza infrastrutturale del Mezzogiorno è ancora tra noi; gli adeguamenti e gli interventi anti-sismici in molte aree del paese sono ormai indifferibili; in generale, il capitale fisico pubblico è deteriorato dappertutto. Naturalmente, è anche scontato dire che gli investimenti non riguardano solo l’ampliamento dello stock di capitale fisico.

Investimenti e qualità dell’amministrazione pubblica: l’esempio dei derivati del Tesoro

La strozzatura degli investimenti non riguarda solo le risorse disponibili ma, forse soprattutto, la capacità di spesa degli enti pubblici. Chiaro che senza una PA qualificata ed efficiente non si va da nessuna parte. Gli ultimi 10 anni di governo (vari colori) hanno evidenziato la malattia della “riformite acuta”, con elenchi sterminati di riforme annunciate, solo talvolta praticate, utili più per la propaganda che per il buon governo. Ma se non una riforma in senso stretto, occorre almeno un intervento sul capitale umano, per qualificare – rafforzare il personale specializzato della PA, in particolare nella componente giuridica ed economica.

La vicenda dei derivati finanziari del Tesoro italiano è emblematica: a dispetto del collasso dei tassi d’interesse per le politiche della Bce, non c’è stato, in pratica, alcun beneficio per lo Stato italiano in termini di minore spesa pubblica. E qui l’OCSE sbaglia, valutando invece in 15 miliardi di euro i risparmi da spesa per interessi dal 2012 in avanti. La ragione è che lo Stato italiano, i funzionari del Tesoro con la “qualificata” copertura politica di ministri e di governi, dagli anni novanta fino alla metà dei duemila, hanno attuato una strategia di stabilizzazione dei tassi d’interesse sul debito pubblico a fini di copertura da possibili rialzi dei tassi, sottoscrivendo contratti derivati con banche d’affari, in tal modo precludendosi la possibilità di beneficiare di una possibile caduta dei tassi d’interesse. Un errore di valutazione che, almeno ex post, si è rivelato tragico per le finanze pubbliche, con flussi finanziari sull’ordine medio dei 3 miliardi di euro annui, negli ultimi 5 anni, dal Tesoro verso le Banche d’affari internazionali.

Ecco, questa vicenda dimostra che le competenze (macro)economiche del Tesoro italiano sono alquanto da rafforzare. E con loro, anche le competenze economiche del ceto politico.

One Comment

  1. Apenvarousfe says:

    Se pur vero che il fattore spagnolo, ossia la mancanza di un governo abbia condizionato buona parte della stabilita’ politica spagnola e’ pur vero che in assenza di un governo la spagna ha continuato a crescere economicamente con il Pil che e’ continuato a crescere..c’e’ da chuedersi quanto il fattore politico sia ancora in grado di influenzare davvero le economie di un paese, fattori che ormai srmbrano indipendenti da fattori economici.

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