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Sono d'accordo con quanto affermava dal palco del Duni una Parietti in ghingheri, rivolgendosi compiaciuta al pubblico, in ghingheri anch'esso, che affollava la platea per il concerto di Capodanno della città più magica (e sinergica) dell'universo intiero.
Mi riferisco, i più informati lo sapranno certo, all'evento realizzato col concorso di Camera di commercio, Provincia di Matera e Fondazione orchestra lucana delle Province di Matera e Potenza con lo scopo, attingo al comunicato stampa, "di incoraggiare il progetto di rilancio di una orchestra, composta da giovani musicisti lucani, che possono contribuire con il sostegno di Enti, cittadini, imprese alla valorizzazione del territorio."
Non scoraggino dunque, le mie impressioni su quanto visto e ascoltato. Non scoraggino il direttore d'orchestra che, quasi si scusava per aver scelto insieme all'ex presidente della Provincia di Matera, Franco Lisanti, il repertorio delle arie da proporre ad un pubblico dai gusti "nazional-popolari". E la Parietti, come dicevo nel titolo, subito s'affretta a dire che "magari fosse questo il nazional-popolare". Incuriosito da cotante premesse, mi son detto, ma sì ascoltiamo questo repertorio nazional-popolare. Sicuramente è facile da eseguire.
Questo simpatico siparietto, al fine mi ha convinto a uscire dal silenzio in cui pure avevo deciso di nascondere il mio giudizio di modesto appassionato del melodramma. Per giudicare, è necessario un minimo di competenza, e i miei gusti, arcaici e provinciali m'impongono almeno, di farlo sottovoce, consapevole che forse si tratterà di bestemmie.
Ho seguito, aimè per televisione l'evento. Cause di salute mi hanno imposto la clausura. E non ho potuto pertanto ascoltare in sala le esecuzioni (nel senso di pene capitali). Telecomando in mano, sintonizzo TRM, cui va il merito d'aver ripreso e diffuso nell'etere la serata.
Alla presenza delle istituzioni, in ghingheri rappresentate dai presidenti della Provincia e della Camera di Commercio di Matera Stella e Tortorelli, Orchestra e Cori lucani si cimentano nel repertorio "nazional-popolare" che va da Mascagni a Verdi, da Mozart a Puccini.
Orbene, anzi male. Non me ne vogliano la viola o il primo violino, nè la bella e brava Violetta, non me ne vogliano gli schiavi del Nabucco, nè i singoli orchestrali, ma in più d'un occasione tra cori e musica, ho intravisto due entità litigiose e distinte, che si riappacificavano in armonie all'unisono solo nei forti e nei fortissimi. Forse per caso o coincidenza.
Dopo la notte delle esecuzioni spuntava l'Alba sul palco. E quest'Alba che di opera s'intende come dice, esorta il pubblico a cadenzare con l'applauso la successione dei talenti vocali di cui questa terra è feconda. Così dice Stella.
E poco male, che l'occhialuta ed intrigante Parietti nazionale inserisca il Nabucco nella trilogia verdiana (o trilogia popolare). Il simpatico e preparato direttore d'orchestra, la bacchetta educatamente: "forse lei si riferisce a traviata, trovatore e Rigoletto".
Poco può, il simpatico direttore, quando, di spalle al baritono che bisticcia con l'aria di Germont, è intento a dirigerne il tappeto musicale. Un'orchestra traballante tenta di far poggiare una voce in bilico su una sedia lì lì per cadere. Ma la caduta non accade. Qualcuno grida al miracolo. Tutt'a un tratto infatti, il papà d'Alfredo riacchiappa la melodia e archivia i ricordi della Provenza, madido di sudore. E noi con lui. Applausi, di gente intorno a me. Anzi a lui.
Rischiara la serata un soprano. Una stella che duetta impettita e coraggiosa, nel ruolo di Violetta col baritono già citato. Calici in mano, per tentar di traviare il meno possibile, il brindisi della Traviata. E vi riesce. Vola in alto la bravissima (ed elegante) Rondinone materana. Vince la sfida, sopratutto, sopra e malgrado tutti. Buona presenza sulla scena, talento raffinato, tecnica rigorosa, timbro squillante e dolce come la sua figura. Una voce, la sua, che riesce a far dimenticare pure gli applausi che scandiscono a tempo più dei cori, il "libiam nei lieti calici".
E mi fermo qui, tacendo per rispetto agli schiavi del Nabucco, quelli veri e quelli che ne cantano i lamenti, grato al salvifico morbo influenzale che mi ha risparmiato dalla presenza in sala la sera del quattro.
Poscritto. Mi sono preso la libertà di scherzare. Accetto gli ortaggi, scagliati se possibile con delicatezza. Nell'augurio che i giudizi impertinenti di un incompetente quale sono, siano di stimolo ai tanti che invece competenti dovrebbero esserlo per davvero. Se ancora non vi basta, più delicato e balsamico, come la bella giornalista che ne scrive, il giudizio a queste pagine. |