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Trump, ostaggi e propaganda: due guerre, una sola pace da vincere

Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo per lo scambio di ostaggi israeliani con prigionieri palestinesi. L’intesa, annunciata dal presidente Donald Trump, rappresenta la prima fase di un piano di pace più ampio, articolato in 20 punti, che prevede un parziale ritiro delle truppe israeliane e una possibile cessazione delle ostilità. Il negoziato, sostenuto da Qatar, Egitto, Turchia e Stati Uniti, è il frutto di una complessa mediazione multilaterale e arriva a oltre due anni dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza.

In un contesto di crescente emergenza umanitaria a Gaza, le parti in conflitto hanno accettato di avviare un processo che prevede il rilascio reciproco di detenuti. L’annuncio è stato dato direttamente da Trump, protagonista della trattativa insieme ai principali Paesi mediatori.

L’accordo è stato raggiunto al termine di colloqui a Sharm el-Sheikh, in Egitto, condotti senza contatto diretto tra Israele e Hamas, ma con la costante pressione diplomatica delle delegazioni internazionali. Trump ha dichiarato di essere pronto a recarsi nella regione per presiedere alla proclamazione del cessate il fuoco e accogliere gli ostaggi liberati. “Questo è un grande giorno per il mondo arabo e musulmano, per Israele, per le nazioni vicine e per gli Stati Uniti d’America”, ha scritto su Truth Social, elogiando gli sforzi diplomatici che hanno reso possibile l’intesa.

Il piano presentato da Trump prevede una sequenza di misure graduali, a partire dal ridispiegamento delle truppe israeliane lungo una linea concordata, fino al definitivo arresto delle operazioni militari. Tra gli obiettivi principali: la liberazione degli ostaggi israeliani rapiti due anni fa e l’apertura di un tavolo politico sul futuro della regione.

Il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha accolto positivamente l’accordo, auspicando che possa portare alla creazione di uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme Est, nei confini del 1967. Ha inoltre riconosciuto “i grandi sforzi del presidente Trump e di tutti i mediatori coinvolti”.

L’intesa rappresenta un raro momento di convergenza diplomatica in un conflitto segnato da decenni di violenze. Il ruolo centrale di Donald Trump, spesso criticato per l’unilateralismo della sua politica estera, in questo caso evidenzia una capacità di mediazione concreta e pragmatica che potrebbe produrre effetti duraturi.

La notizia dell’accordo ha trovato accoglienza favorevole anche da parte della comunità internazionale. Dall’Europa, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha parlato di “un’opportunità da cogliere al volo”, ribadendo l’impegno dell’Unione Europea nel garantire la consegna degli aiuti umanitari e nella futura ricostruzione di Gaza: “È il momento di tracciare un percorso politico credibile verso una pace e una sicurezza durature, saldamente ancorato alla soluzione dei due Stati”.

In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilasciato un commento al TG1: “Dobbiamo essere orgogliosi del contributo silenzioso ma costante che l’Italia ha offerto. Siamo pronti a fare la nostra parte per la stabilizzazione e lo sviluppo di Gaza, forti dei nostri ottimi rapporti nella regione”. Ha definito l’intesa “una giornata storica” e ha lodato l’azione diplomatica di Trump e dei principali mediatori, come lo sceicco al-Thani del Qatar e il presidente turco Erdogan.

Dal fronte israeliano, la Presidenza ha annunciato l’annullamento della celebrazione pubblica della “Sukkà aperta”, prevista per domenica, a causa della liberazione degli ostaggi e dell’imminente arrivo di Trump a Gerusalemme, che comporterà importanti misure di sicurezza.

L’esercito israeliano, tuttavia, ha invitato alla cautela, sottolineando che le operazioni militari nella Striscia di Gaza sono ancora in corso e che la transizione verso una nuova fase sarà “graduale”.

Ma è giunto il momento di una riflessione più profonda. Come molti osservatori hanno notato, dietro questo accordo si nascondono due conflitti: quello visibile tra Israele e Hamas, e quello meno evidente che si consuma, giorno dopo giorno, all’interno delle nostre democrazie.

In queste settimane abbiamo assistito — spesso con impotenza — a una sorta di corto circuito dell’opinione pubblica, vulnerabile alla propaganda di Hamas e alle strumentalizzazioni di sindacati, partiti e movimenti politici. Paradossalmente, proprio coloro che hanno promosso scioperi e manifestazioni in nome della pace si commuovono oggi di fronte all’accordo, come se ne fossero stati inconsapevoli sostenitori.

In questo clima, risuonano con forza le parole di Claudio Cerasa: “Gioia dei pacifisti veri. Delusione dei pacifisti farlocchi, a disagio di fronte a un Occidente che non canta ‘from the river to the sea’”. E aggiunge provocatoriamente: “Ora la Flotilla può partire per il Mar Nero a difendere l’Ucraina dal terrorismo putiniano. A che ora si salpa?”

Una provocazione, certo. Ma anche una chiave di lettura sullo stato dell’Occidente. Cerasa — uno dei pochi commentatori equilibrati rimasti, insieme a figure come Enrico Mentana, Paolo Mieli e Corrado Augias — ci ricorda che se Israele ha forse vinto una guerra concreta, l’Occidente rischia di perdere la propria: quella contro il rancore sociale, l’odio verso sé stesso, e la deriva ideologica che giustifica ogni nemico in nome di un relativismo distruttivo.

La figura di Francesca Albanese, relatrice ONU per i territori palestinesi, assurta a simbolo di un certo attivismo ideologico, è emblematica. A lungo celebrata con onorificenze in Italia, oggi rivela, attraverso dichiarazioni discutibili, un antisemitismo latente ma mai estinto nel dibattito pubblico italiano.

Si tratta di una guerra interna, silenziosa ma tenace, alimentata dalla frustrazione sociale e sostenuta da potenze ostili come il Qatar e la Russia. Una guerra che continuerà anche se, domani, si firmasse la pace in Medio Oriente. Perché il vero bersaglio non è Israele, ma l’Occidente stesso: la sua stabilità, la fiducia nei propri valori, la capacità di riconoscersi ancora in un progetto comune.

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