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Colpire per esistere: la scommessa totale di Netanyahu sull’Iran

Israele ha sferrato un attacco senza precedenti contro le infrastrutture militari e nucleari iraniane. Un atto che riscrive gli equilibri regionali e mette alla prova la diplomazia globale

Dopo anni di guerra nell’ombra, Israele colpisce al cuore il programma nucleare iraniano. Una mossa calcolata o una spirale fuori controllo?

Per oltre un decennio, Israele ha condotto una guerra silenziosa contro l’Iran, calibrando ogni mossa per evitare lo scontro aperto. La strategia del “conflitto nell’ombra” ha retto fino al momento in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu ha deciso di cambiare le regole del gioco.

L’operazione israeliana contro l’Iran, avviata nella notte tra giovedì e venerdì, rappresenta una delle azioni militari più ampie e temerarie degli ultimi anni. Gli obiettivi colpiti non si sono limitati al sito nucleare di Natanz: Israele ha preso di mira anche basi militari, difese aeree, alti ufficiali delle Forze Armate e i principali scienziati coinvolti nello sviluppo dell’arsenale atomico iraniano. “Abbiamo colpito il cuore del programma nucleare iraniano”, ha dichiarato Netanyahu in un video ufficiale, promettendo che l’operazione continuerà “finché sarà necessario”.

Il capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir, ha parlato senza mezzi termini: “Siamo al punto di non ritorno. La storia ci ha insegnato che non possiamo aspettare chi vuole distruggerci”. L’operazione, secondo Tel Aviv, mira a garantire la sopravvivenza dello Stato ebraico in un contesto in cui l’Iran appare sempre più vicino a dotarsi dell’arma nucleare.

Ma i motivi vanno ben oltre la sicurezza immediata. Netanyahu ha sempre considerato l’Iran la minaccia esistenziale per eccellenza: per il suo programma nucleare, per il sostegno a Hamas e Hezbollah, per la sua retorica anti-israeliana. Oggi, dopo anni di pressioni politiche interne ed esterne, sembra determinato a iscrivere la propria firma nella storia come l’uomo che ha fermato Teheran.

Le condizioni favorevoli non mancano. Hezbollah è stato duramente colpito, il regime siriano è caduto, e la rete militare iraniana nell’area è stata indebolita. Inoltre, la presidenza Trump ha lasciato in eredità un clima più propenso a opzioni militari, anche se il presidente ha svelato che Teheran aveva rifiutato un accordo negoziale appena due settimane prima dell’attacco.

Le conseguenze sono gravi. Le immagini satellitari mostrano la distruzione della centrale di Natanz, con danni evidenti alle infrastrutture energetiche. Almeno tre generali di vertice sono stati uccisi, tra cui il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane. Anche due scienziati e il politico Ali Shamkhani, figura chiave nei negoziati con gli USA, figurano tra le vittime.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. La guida suprema Ali Khamenei ha affermato che “le forze armate iraniane agiranno con forza e impoveriranno il regime sionista”, promettendo che “il crimine di Israele non rimarrà senza risposta”. Il nuovo comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, ha parlato di “conseguenze gravi e distruttive” e ha minacciato di “aprire le porte dell’inferno a Israele”.

Nel frattempo, la comunità internazionale osserva con crescente inquietudine. Gli Stati Uniti, pur non rivendicando un coinvolgimento diretto, stanno schierando forze militari per proteggere Israele e le truppe americane nella regione. Il Pentagono ha inviato il cacciatorpediniere USS Thomas Hudner nel Mediterraneo orientale e valuta ulteriori dispiegamenti aerei.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato la disponibilità della Francia a partecipare ad operazioni di difesa di Israele nel caso di rappresaglie iraniane, pur escludendo il coinvolgimento in operazioni offensive.

La Russia, attraverso Vladimir Putin, ha condannato fermamente l’attacco israeliano, definendolo una violazione del diritto internazionale. In colloqui telefonici con il presidente iraniano Pezeshkian e con Netanyahu, Putin ha espresso cordoglio per le vittime civili iraniane e ha offerto la mediazione di Mosca per scongiurare un’ulteriore escalation.

L’Italia, in particolare, ha espresso preoccupazione per l’escalation, convocando un vertice d’emergenza presieduto dalla premier Giorgia Meloni. Alla riunione hanno partecipato i principali ministri e i vertici dell’intelligence. È stato riaffermato il sostegno ai negoziati sul nucleare, sottolineando il ruolo avuto da Roma nell’ospitare due round di colloqui tra Washington e Teheran.

Inoltre, secondo fonti ufficiali, Meloni ha avuto una serie di colloqui telefonici con Donald Trump, Friedrich Merz e Ursula von der Leyen, propedeutici a ulteriori contatti con i leader regionali del Medio Oriente. L’obiettivo dichiarato è favorire un’azione diplomatica coordinata da parte della comunità internazionale.

Il governo italiano ha assicurato il massimo impegno per tutelare la sicurezza dei cittadini e dei militari presenti nella regione, mantenendo un coordinamento attivo e permanente.

L’Occidente è ora davanti a un bivio: accettare il rischio di un allargamento del conflitto o assumersi la responsabilità di un’azione decisa contro un regime che ha ripetutamente dimostrato di voler sfidare l’ordine internazionale.

Se Israele ha colpito per esistere, spetterà ora all’Europa e agli Stati Uniti decidere se sostenere questa scelta fino in fondo o provare, ancora una volta, a trattare con un regime che ha varcato ogni linea rossa.

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