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martedì, Agosto 16, 2022

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Crisi di Governo, in attesa di mercoledì “con preoccupato stupore”

Mario Draghi, il 14 luglio, dopo l’uscita del Movimento 5 Stelle dall’aula nel corso dell’ultimo voto di fiducia in Parlamento, ha riunito i Ministri a Palazzo Chigi per comunicare che di li a poco sarebbe andato al Quirinale a rassegnare le dimissioni.

Lo aveva detto qualche ora prima, in occasione della conferenza stampa a valle degli incontri coi sindacati e più tardi, davanti ai giornalisti dell’Associazione della Stampa Estera: “non c’è un Governo senza i 5Stelle, nè ci sarà un altro esecutivo con il mio nome”.

E così si è espresso di fronte alla sua squadra del CdM: “le votazioni in Parlamento sono un fatto molto significativo dal punto di vista politico”.

E’ Venuta meno la “maggioranza di unità nazionale”, è venuto meno il “patto di fiducia alla base dell’azione di governo”, e tutto questo nonostante il massimo impegno profuso per “proseguire nel cammino comune cercando di venire incontro alle esigenze delle forze politiche”.

Tutto inutile per Draghi che, a Mattarella ha ripetuto le stesse parole: “non ci sono più le condizioni per andare avanti”.

Il Capo dello Stato dal canto suo ha fatto un ultimo tentativo, non accogliendo le dimissioni e anzi invitando Draghi a presentarsi in Parlamento (lo farà mercoledì) per rendere le comunicazioni “affinchè si effettui, nella sede propria, una valutazione della situazione che si è determinata a seguito degli esiti della seduta svoltasi presso il Senato della Repubblica”.

E’ necessario un governo stabile per le diverse, troppe e troppo urgenti partite ancora aperte da chiudere prima della fine “naturale” della legislatura.

Dalle riforme sul lavoro a quelle fiscali. Il Decreto aiuti annunciato nei giorni scorsi e che il Paese si aspetta a fine luglio. E il titanico lavoro sul PNRR nel già difficile contesto della Crisi Ucraina e le previsioni di crescita per il prossimo anno che metteranno il freno a mano all’economia nel 2023.

Al netto della piega che mercoledì potrebbe prendere la Crisi di Governo, a fine luglio dovrebbe comunque essere approvato il decreto Aiuti anche se, un esecutivo dimissionario potrà lavorare solo ai cosiddetti affari correnti, con buona pace dello stanziamento – fino a 10 miliardi ? – che Draghi ipotizzava per abbattere le tariffe delle bollette, per tagliare l’iva, gli aumenti dei carburanti – calmierati fino al 2 agosto – per i quali serve una proroga.

Il Decreto di fine luglio guarda anche, se non particolarmente a sostenere l’economia delle fasce a più basso reddito della popolazione, che rischia di subire la mazzata più grande dal rialzo dei prezzi.

Più in generale, a medio termine è sul tema lavoro, l’ultimo in ordine di tempo sul quale con Giorgetti e Orlando che Draghi si era presentato di fronte alla stampa – anche per rassicurare l’inquieto Giuseppe Conte – evidenziando i passi in avanti con i Sindacati e Confindustria. Siamo in standby. Fino a mercoledì.

E se su questi dossier urgenti si rischia la frenata, all’orizzonte neanche troppo lontanamente ci attende la sfida delle sfide: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Dopo aver spuntato tutte le prime caselle nella Check List degli obiettivi del primo semestre, c’è da passare il vaglio della Commissione europea per sbloccare la seconda rata da 21 miliardi di euro. Risorse che, in caso di disco verde, potrebbero arrivare subito alla fine dell’Estate.

Fatto questo breve e non esaustivo elenco, le parole usate a titolo personale dal Commissario economico Gentiloni per commentare la crisi di Governo suonano quanto mai azzeccate, dal momento che come lui, in molti guardano – e guardiamo – a queste vicende con “preoccupato stupore”.

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