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Il fragile spiraglio per l’Ucraina tra speranze, diplomazia e illusioni

Durante i funerali di Papa Francesco, il breve incontro tra i due leader riaccende il dibattito internazionale. Ma il destino di Kiev resta appeso a un filo sottile

Tra il dolore collettivo per la scomparsa di Papa Francesco, in una Piazza San Pietro densa di storia e di presagi, si è consumato un episodio destinato a lasciare traccia nel delicato equilibrio geopolitico globale. Il breve incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, avvenuto a margine delle esequie, ha sollevato nuove speranze per il futuro dell’Ucraina, ma ha anche esposto le contraddizioni di un sostegno internazionale ancora incerto.

Quindici minuti appena, carichi di simbolismo più che di contenuti, sufficienti a riaccendere in Kiev una fiammella di ottimismo. Da mesi, Zelensky combatte su due fronti: il primo, quello fisico, contro l’esercito russo; il secondo, forse ancora più insidioso, sul tavolo della diplomazia, contro la tentazione degli alleati di chiudere la partita a ogni costo, anche a spese dell’integrità territoriale e dell’indipendenza ucraina.

Trump, nel suo stile disinvolto e imprevedibile, ha affidato ai social il commento più atteso: “Forse Putin non vuole fermare la guerra e bisognerà trattarlo diversamente”. Un’affermazione tanto generica quanto gravida di implicazioni. Se da una parte sembra prendere le distanze da chi, negli Stati Uniti, vorrebbe normalizzare i rapporti con Mosca, dall’altra non chiarisce quale sia davvero la nuova postura americana. Per Kiev, schiacciata dagli ultimi bombardamenti – l’attacco missilistico su Kiev di giovedì ha provocato 12 morti e quasi 90 feriti – ogni segnale di fermezza è accolto come un sollievo, sebbene carico di ambiguità.

Il contesto resta complicato. Trump, ora tornato alla guida della Casa Bianca, ha più volte promosso un piano di pace che prevede concessioni pesanti da parte dell’Ucraina: la rinuncia alla NATO, la neutralità forzata, il riconoscimento della Crimea come territorio russo. Non è cambiato questo scenario di fondo, né le spinte interne a Washington per un accordo rapido, da spendere politicamente in patria.

Intanto, sul fronte diplomatico, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che entro pochi giorni sarà presa una decisione definitiva: proseguire nella mediazione oppure ritirarsi, lasciando Kiev più sola. La Russia, per bocca del ministro degli Esteri Sergey Lavrov, mantiene la solita ambiguità: “Servono ancora aggiustamenti”. È la diplomazia della sabbia, quella che consuma il tempo e logora gli avversari.

Nel frattempo, Zelensky non arretra di un millimetro. Su X denuncia “quasi 70 attacchi russi” solo nella prima metà della giornata, con scontri concentrati su Pokrovsk, Kramatorsk, Lyman e Kursk. Ricorda che saranno presto passati cinquanta giorni da quando Mosca ha ignorato la proposta americana di cessate il fuoco, accettata da Kiev l’11 marzo. E rilancia l’appello per una “pressione più tangibile” sulla Russia, invocando non solo parole, ma azioni concrete.

L’Europa, ieri rappresentata nella Piazza Vaticana da una schiera compatta di leader, offre un appoggio convinto. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha rassicurato Zelensky con parole nette: “L’Europa sosterrà sempre l’Ucraina nella ricerca della pace”. Aggiungendo, in un incontro bilaterale, l’impegno per accompagnare il paese nel difficile cammino verso l’adesione all’Unione Europea.

Al suo fianco si sono schierati anche Emmanuel Macron, Keir Starmer e la premier italiana Giorgia Meloni, che ha confermato il pieno sostegno durante un colloquio telefonico con von der Leyen. Ma, come spesso accade in Europa, la forza delle dichiarazioni rischia di non bastare senza un’adeguata concretezza militare ed economica.

Dall’altra parte, la Russia osserva. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha commentato le dichiarazioni di Trump sulla Crimea come “in linea con la nostra posizione”. Un gioco a specchi, nel quale Mosca finge disponibilità per guadagnare tempo, contando sulla stanchezza degli alleati occidentali.

Trump si è detto ottimista sul futuro dei negoziati. Ma in politica internazionale l’ottimismo, quando non supportato da fatti, è spesso una cortina di fumo. L’Ucraina ha bisogno di certezze, non di illusioni.

Il destino di Kiev resta appeso a un filo, sospeso tra la resistenza quotidiana, la diplomazia dei salotti e le incognite di un mondo in cui il diritto internazionale sembra sempre più negoziabile. In questa cornice, il faccia a faccia di Roma appare più come un fragile spiraglio che come l’inizio di una vera svolta.

E intanto, il tempo corre. A favore di chi sa aspettare, o contro chi non può permettersi di farlo.

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