Difesa, industria, leadership e futuro: dal vertice dell’Aja emerge una nuova visione strategica dell’Alleanza Atlantica
Impegno al 5% del PIL per la difesa, nuova centralità industriale, pieno sostegno all’Ucraina. L’Alleanza guarda al futuro con un patto storico tra Europa e Stati Uniti, mentre l’Italia di Giorgia Meloni prova a ritagliarsi un ruolo da protagonista.
A L’Aja, nel cuore d’Europa, si è tenuto uno dei vertici NATO più significativi della storia recente. Il summit 2025 si è chiuso con un accordo che, nei fatti, cambia le regole del gioco: tutti i Paesi membri si sono impegnati a investire entro il 2035 il 5% del PIL nazionale in difesa e sicurezza. Un impegno imponente, che punta non solo a bilanciare il contributo americano, ma a rafforzare concretamente la capacità dell’Occidente di difendere se stesso in un contesto internazionale segnato da guerre, revisionismi e minacce ibride.
Il Segretario Generale Mark Rutte ha parlato senza mezzi termini: “Dobbiamo vincere questa nuova guerra di produzione. Senza un’industria della difesa forte, non c’è sicurezza per l’Europa”. Con lui, Ursula von der Leyen ha rilanciato il piano europeo “Readiness 2030”, che libera fino a 800 miliardi di euro per la difesa comune.

Al centro del vertice anche il rafforzamento del legame transatlantico, minacciato dalle tensioni interne ma rilanciato dalla capacità di sintesi tra l’America di Trump e un’Europa finalmente più consapevole delle proprie responsabilità. “Siamo noi oggi a dover spendere, a dover difendere, a dover innovare” ha detto Rutte, sottolineando che gli Stati Uniti continueranno a fare la loro parte, ma non possono più farla da soli.
Tra le decisioni più concrete, il piano per il raddoppio delle capacità industriali, l’abbattimento delle barriere commerciali nel settore difesa tra alleati e un nuovo slancio per la cooperazione con l’Ucraina, che il Presidente Zelensky ha definito “strategica” soprattutto in materia di droni e tecnologie militari. Nonostante la dichiarazione finale eviti un riferimento esplicito all’adesione di Kyiv, il messaggio politico resta chiaro: l’Ucraina è parte della sicurezza europea.
Donald Trump ha rivendicato con forza i risultati: “Una vittoria monumentale per gli Stati Uniti e per l’intera civiltà occidentale. Non so se è merito mio, ma credo di sì”. Il suo approccio assertivo – premiato da un vertice tutto sommato compatto – ha fatto breccia anche nei più scettici. Non sono mancate, però, stoccate: “La Spagna non vuole pagare? Le metteremo dazi doppi”.
La risposta europea è arrivata però con tono più sobrio ma determinato. Il Cancelliere tedesco Merz ha parlato di un “vertice storico”. Il premier britannico Starmer ha confermato che il sostegno all’Ucraina è saldo, anche in assenza di condanne dirette alla Russia. Il vero segnale di coesione, tuttavia, è venuto dal cosiddetto formato E5: Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Italia hanno ribadito insieme il sostegno a Kyiv, rilanciando anche la via delle sanzioni contro Mosca.

E l’Italia? Giorgia Meloni ha cercato di equilibrare ambizione e realismo. Ha sottolineato che l’aumento delle spese militari, diluito su dieci anni, sarà sostenibile e che la priorità sarà valorizzare l’industria nazionale. “Non un euro sarà tolto agli altri bisogni del Paese”, ha assicurato. La premier ha inoltre insistito sulla specificità del fianco sud, sulla necessità di difendere i confini mediterranei e sull’importanza delle tecnologie emergenti. “Un satellite oggi può contare più di un carro armato”, ha detto, aprendo a una riflessione sulla qualità della spesa, non solo sulla sua entità.
L’obiettivo, a suo dire, non è compiacere Washington, ma rafforzare la sovranità italiana e la colonna europea della NATO. E se l’esercito comune europeo, come suggerito da alcuni, rischia di duplicare l’Alleanza, meglio allora rafforzare la cooperazione industriale e strategica già esistente.
Il summit dell’Aja consegna insomma un messaggio inequivocabile: il tempo della timidezza è finito. Davanti a una minaccia sistemica rappresentata da Russia, Iran, Corea del Nord e dalla crescente assertività cinese, l’Occidente deve scegliere se esistere come blocco coeso o come idea vaga di alleanza. Per ora, ha scelto di esserci. Con più soldi, più fabbriche e, forse, più coraggio.


