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Le Olimpiadi come promessa di armonia globale, in un mondo che non lo è più

I Giochi invernali di Milano-Cortina si aprono in un contesto internazionale segnato da guerre, tensioni diplomatiche e crisi delle regole multilaterali

Le Olimpiadi invernali tornano in Italia ottant’anni dopo la cancellazione del 1944, ma lo fanno in un clima geopolitico profondamente instabile. Tra conflitti, minacce alle alleanze storiche e tensioni diplomatiche, i Giochi appaiono come un rito di cooperazione globale sempre più distante dalla realtà internazionale. La presenza dei leader politici e le polemiche sulla sicurezza accentuano la frattura tra l’ideale olimpico e il mondo contemporaneo.

La prima volta che Cortina d’Ampezzo fu designata come sede delle Olimpiadi invernali era il 1944. La Seconda guerra mondiale ne decretò la cancellazione. Ottant’anni dopo, i Giochi tornano in Italia, distribuiti tra Milano, Cortina e altre località del Nord, in quella che si annuncia come una delle fasi di maggiore turbolenza geopolitica dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale.

Questa volta non incombe il rischio di una cancellazione. Eppure, l’atmosfera olimpica appare fuori sintonia con il tempo presente. L’ideale di competizione pacifica, di rispetto delle regole e di cooperazione tra nazioni stride con una realtà internazionale segnata dall’erosione delle norme diplomatiche e dalla messa in discussione di alleanze storiche.

I Giochi di Milano-Cortina si svolgono, secondo molti osservatori, nel momento politicamente più conflittuale della storia recente delle Olimpiadi. Quando atleti provenienti da oltre 90 delegazioni sfileranno nelle cerimonie di apertura, rappresenteranno un’immagine di unità che contrasta con il caos che si consuma fuori dagli stadi.

Nelle ultime settimane, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato un intervento militare contro il Venezuela senza l’approvazione del Congresso, ha minacciato l’uso della forza per acquisire la Groenlandia – territorio semiautonomo di un alleato NATO – e ha prospettato ritorsioni economiche contro partner europei di lunga data intervenuti in difesa di Copenhagen. Anche se alcune di queste minacce sono state successivamente ritirate, hanno rafforzato la percezione di un indebolimento della cooperazione multilaterale, aggravato dai timori per il futuro delle Nazioni Unite dopo drastici tagli ai contributi nazionali, inclusi quelli statunitensi.

I conflitti non sono una novità nella storia olimpica. Ciò che appare diverso oggi è la fragilità dei meccanismi che, per decenni, hanno regolato la diplomazia globale. Le Olimpiadi diventano così una parentesi simbolica in un mondo che sembra aver smarrito le sue regole condivise.

La presenza alla cerimonia di apertura della presidente del Consiglio Giorgia Meloni rende visibile questa tensione. Leader di un’Europa politicamente spostata a destra, Meloni era stata inizialmente vista come possibile ponte tra Washington e Bruxelles. Tuttavia, dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, la sua capacità di influenza appare limitata. A gennaio, la premier ha criticato apertamente il presidente americano dopo le sue dichiarazioni sul ruolo marginale dei soldati europei in Afghanistan, ricordandogli che “l’amicizia richiede rispetto”.

Le Olimpiadi, nella loro concezione originaria, offrono a tutti i Paesi, grandi e piccoli, la stessa opportunità di competere. L’Italia scende in pista accanto a potenze globali come gli Stati Uniti. Non è un caso che alla cerimonia di apertura siano attesi anche il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Per Meloni, l’evento potrebbe diventare un’occasione per ricostruire un clima di vicinanza con Washington, incrinato nelle ultime settimane.

Il Comitato Olimpico Internazionale, International Olympic Committee, continua a presentare i Giochi come uno spazio politicamente neutrale. Ma l’idea che lo sport sia separato dalla politica appare sempre più difficile da sostenere. In Italia, le tensioni sono emerse già prima dell’inizio delle competizioni, quando si è appreso che agenti federali dell’ICE, appartenenti a un’unità investigativa del Dipartimento della Sicurezza Nazionale statunitense, affiancheranno una squadra del Dipartimento di Stato nella gestione della sicurezza a Milano. La notizia ha suscitato indignazione, anche alla luce delle critiche rivolte alle attività dell’Immigration and Customs Enforcement negli Stati Uniti. Il governo italiano ha precisato che gli agenti americani non avranno alcuna autorità di ordine pubblico, mentre sono attese manifestazioni di protesta durante i Giochi.

La storia delle Olimpiadi moderne è costellata di interferenze politiche: cinque edizioni cancellate durante le due guerre mondiali; il massacro di Monaco del 1972; i boicottaggi incrociati tra Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni Ottanta; gli attentati nordcoreani prima di Seul 1988; il rinvio di Tokyo 2020 a causa della pandemia. Più recentemente, dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il comitato olimpico russo è stato escluso e gli atleti di Russia e Bielorussia partecipano oggi come “neutrali”. Il CIO ha invece respinto le richieste di escludere Israele e Stati Uniti, sostenendo che tali questioni esulano dal proprio mandato.

Dal 1990 il CIO invita gli Stati a sospendere le ostilità durante i Giochi. Un appello ribadito anche quest’anno, ma che a molti atleti e osservatori appare sempre più distante dalla realtà.

In questo contesto, risuonano le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha richiamato il motto olimpico “Citius, altius, fortius, communiter” come possibile bussola per le relazioni internazionali. “Quelle parole – ha affermato – non sono soltanto un programma sportivo: dovrebbero essere un programma cui dovrebbero ispirarsi tutti i governi del mondo”.

Le Olimpiadi di Milano-Cortina mostrano con forza il divario tra l’ordine ideale che l’Occidente ha costruito nel secondo dopoguerra e la sua fragilità attuale. Lo sport continua a offrire uno spazio simbolico di cooperazione, ma non può sostituirsi alla politica né mascherarne le contraddizioni. In un’epoca in cui le regole multilaterali vengono rimesse in discussione, i Giochi ricordano ciò che l’alleanza atlantica e il mondo occidentale rischiano di perdere: la capacità di competere senza distruggere, di confrontarsi senza rinunciare al rispetto reciproco. L’armonia olimpica resta un obiettivo nobile, ma sempre più difficile da difendere senza una rinnovata responsabilità politica.

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