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Maduro, Trump e l’ipocrisia occidentale: il riflesso antiamericano della sinistra italiana

La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti riapre una frattura globale e, soprattutto, mette a nudo le ambiguità della sinistra italiana. Dalla storia del chavismo fino alle reazioni di Giuseppe Conte ed Elly Schlein, un racconto che intreccia geopolitica, diritto internazionale e un antioccidentalismo sempre più automatico.

La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti segna uno di quei passaggi destinati a lasciare un segno profondo, non solo in America Latina ma anche nel dibattito politico occidentale. Per capire la portata dell’evento è necessario partire dall’uomo, ma senza indulgere nella mitologia.

Maduro non nasce nelle accademie militari né nelle élite economiche. Ex autista di autobus, sindacalista, uomo di apparato più che leader carismatico, cresce all’ombra di Hugo Chávez e ne eredita il potere nel 2013. La sua parabola politica è quella di un funzionario disciplinato del chavismo, diventato presidente in un clima di estrema polarizzazione e mai realmente legittimato da un consenso ampio. Il Venezuela che governa è un Paese devastato: economia petrolifera collassata, inflazione fuori controllo, servizi pubblici allo stremo, milioni di cittadini costretti all’esilio. Sul piano politico, il sistema si irrigidisce fino alla torsione autoritaria: Parlamento svuotato, opposizione repressa, elezioni contestate. La narrazione del “Paese assediato” diventa il collante ideologico di un potere sempre più isolato.

È su questo scenario che interviene Donald Trump, con un’azione che ha immediatamente diviso osservatori e governi. Federico Rampini, nel suo commento, invita a sospendere i giudizi affrettati e a collocare l’evento nella lunga storia delle ingerenze statunitensi nel “cortile di casa” latinoamericano. Nulla di inedito, ricorda Rampini: dalla Dottrina Monroe ai golpe sostenuti durante la Guerra Fredda, fino all’arresto di Manuel Noriega a Panama, l’uso della forza americana nella regione è una costante storica, non un’eccezione trumpiana.

Rampini pone il nodo vero: non la purezza giuridica dell’operazione, difficilmente difendibile sul piano del diritto internazionale, ma i suoi effetti politici. Se la fine di Maduro aprirà la strada a una transizione democratica reale, senza guerriglia e senza un nuovo caos regionale, allora l’operazione verrà ricordata come un colpo riuscito che ridimensiona l’asse Russia-Cina-Iran in America Latina. Se invece produrrà instabilità cronica, sarà l’ennesimo disastro. Il giudizio, per ora, resta sospeso.

Eppure, mentre l’analisi richiederebbe prudenza, in Italia la reazione è stata immediata e prevedibile. La sinistra parlamentare e la galassia progressista hanno scelto ancora una volta il riflesso condizionato dell’antioccidentalismo. Un fronte rumoroso più che numeroso, ma ideologicamente compatto nel condannare “l’aggressione americana”, spesso senza spendere una parola netta sulla natura del regime venezuelano.

Come osserva Claudio Cerasa, risuona grottesca la posizione del Cremlino che invoca la sovranità venezuelana contro le “interferenze esterne”: il bue che dà del cornuto all’asino. Eppure, questa retorica trova sponde entusiaste anche in Italia.

Il caso più emblematico è quello del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte. Oggi il M5S si trincera dietro il diritto internazionale, ma la memoria è corta solo per convenienza. Negli anni del grillismo rampante, il sostegno al chavismo era esplicito: delegazioni a Caracas per celebrare Chávez, voti parlamentari contro mozioni di condanna del regime, appelli a rimuovere le “inique sanzioni” contro Maduro, fino ai post celebrativi sul blog di Beppe Grillo. Allora l’ingerenza era un tabù solo quando a denunciare la repressione erano le democrazie occidentali.

Non meno contorta è la posizione del Partito Democratico di Elly Schlein. Il comunicato è un esercizio di equilibrismo lessicale: Maduro viene definito un “regime brutale”, ma subito dopo si afferma che nulla può giustificare la violazione della sovranità venezuelana. La democrazia non si esporta con le bombe, si dice, come se qui non si stesse parlando della rimozione di un dittatore accusato di aver rubato elezioni e affamato il suo popolo, ma di un astratto laboratorio teorico. Il diritto internazionale viene evocato come un feticcio assoluto, valido sempre e comunque, anche quando serve a cristallizzare lo status quo di una dittatura.

Ed è qui che emerge il problema politico più profondo. Una parte consistente della sinistra italiana sembra incapace di distinguere tra difesa della legalità internazionale e giustificazione automatica di qualsiasi regime purché antiamericano. L’Occidente viene giudicato con un rigore morale assoluto; i suoi avversari, invece, beneficiano di attenuanti infinite. È un antioccidentalismo a prescindere, che finisce per trasformare il diritto internazionale in un alibi e non in uno strumento di tutela dei popoli.

La vicenda Maduro, al di là del giudizio finale sull’operazione americana, agisce come uno specchio. Riflette la difficoltà cronica di una certa sinistra nel fare i conti con il mondo reale: un mondo in cui le democrazie liberali restano imperfette, ma in cui le dittature non diventano improvvisamente accettabili solo perché si oppongono a Washington. È uno specchio scomodo, ma necessario, soprattutto per chi continua a confondere l’antiamericanismo con la virtù politica.

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