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Mamdani, il Che Guevara dei grattacieli. Ma la sinistra italiana ci casca di nuovo

La vittoria di Mamdani è molto meno significativa di quello che la sinistra italiana vuol far credere

C’è un entusiasmo quasi infantile, in certi ambienti della sinistra italiana, ogni volta che oltreoceano qualcuno con un profilo “progressista” riesce a vincere un’elezione. Stavolta tocca a Zohran Mamdani, nuovo sindaco di New York, che a giudicare dalle reazioni dei nostri “compagni” pare essere diventato il Che Guevara dei grattacieli. Ma prima di unirci al coro di “Siamo tutti Mamdani”, vale la pena capire chi è davvero questo personaggio, cosa rappresenta, e soprattutto — quanto conti davvero la sua vittoria.

Mamdani, figlio di una nota antropologa e di un intellettuale ugandese di origini indiane, è tutto fuorché il povero immigrato che si è fatto da solo. È cresciuto in ambienti benestanti, educato, cosmopoliti. Un democratico socialista che vive nel cuore di Brooklyn, circondato da quella fascia benestante di progressisti che si commuove per le disuguaglianze ma che non rinuncia mai al brunch biologico del sabato. Un uomo che ha saputo cavalcare con astuzia il malcontento dei radical chic newyorkesi, trasformando la loro eterna “colpa borghese” in consenso politico.

La sera della vittoria, Mamdani ha dedicato gran parte del suo discorso a Donald Trump. “Per arrivare a uno di noi, dovrai passare su tutti noi”, ha tuonato dal palco, rivolgendosi direttamente al presidente, che — ça va sans dire — stava guardando. Trump, da parte sua, ha reagito come solo lui sa fare: pubblicamente lo ha definito un estremista, un comunista, persino un pericolo per New York. Ma in privato, raccontano alcuni, avrebbe ammesso che il giovane sindaco “è slick, un bravo parlatore”. Tradotto: un avversario utile, ideale per essere trasformato in caricatura del Partito Democratico.

Perché la verità è che Mamdani non avrà alcun impatto reale sulla politica nazionale americana. Come ricorda Ross Douthat del New York Times, il sindaco di New York è storicamente un trampolino verso il nulla. Da John Lindsay a Rudy Giuliani, fino a Michael Bloomberg, tutti i grandi sindaci della Grande Mela sono stati celebrati come futuri leader nazionali, per poi scoprire che oltre i confini dei cinque distretti nessuno li prendeva troppo sul serio. New York è un microcosmo, una bolla dove le idee “di sinistra” possono prosperare solo finché non devono fare i conti con il resto del Paese.

Eppure, da noi, la solita sinistra in crisi di identità si aggrappa a ogni barlume di “vittoria progressista” come fosse la rivoluzione di ottobre. Elly Schlein, con il suo entusiasmo da studentessa Erasmus, ha salutato Mamdani come il simbolo di una nuova speranza: “Ha vinto contro i milionari e contro Trump, con parole chiare su stipendi dignitosi, sanità universale, diritto alla casa e trasporti gratuiti”. Peccato che Mamdani sia milionario pure lui, e che la sua “campagna collettiva di centomila volontari” sia costata quanto la ristrutturazione di un loft a Manhattan.

Il PD festeggia, Fratoianni brinda, Bonelli applaude, e persino il Movimento 5 Stelle prova a infilarsi nella foto, mentre Giuseppe Conte resta prudentemente in silenzio. Matteo Renzi e Carlo Calenda, invece, non si scompongono: sanno bene che il “mamdanismo” non è un modello esportabile. È un fenomeno da metropoli iper-progressista, non la ricetta per riconquistare un elettorato moderato o popolare.

La verità è che la sinistra italiana, a corto di vittorie e di idee, si consola con i successi degli altri. Ma Mamdani non cambierà la politica americana, come non cambierà quella italiana. La sua elezione resta un episodio locale, amplificato dai media di Manhattan e dalle bacheche social di chi non ha più un sogno europeo a cui aggrapparsi.

E allora sì, “Siamo tutti Mamdani”, ma solo nel modo in cui si è stati tutti Tsipras, o tutti Corbyn, o tutti Sanders: per un weekend, finché la realtà non torna a bussare alla porta.

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