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“Non scapperemo”: Meloni difende il Governo e apre l’ultimo anno di legislatura

Dalla giustizia alla crisi energetica, dalla sicurezza alla casa, Giorgia Meloni rivendica l’azione del Governo dopo il referendum e respinge le ipotesi di crisi: nessun rimpasto, nessuna fuga, avanti fino a fine legislatura.

Alla Camera dei Deputati la presidente del Consiglio traccia la linea dell’ultimo anno di governo: stabilità, continuità, difesa dell’interesse nazionale, risposta alla crisi internazionale e sfida aperta all’opposizione sul terreno delle proposte concrete.

Giorgia Meloni si è presentata alla Camera dei Deputati con un obiettivo politico molto chiaro: chiudere lo spazio delle ricostruzioni sulla tenuta della maggioranza dopo il referendum sulla giustizia e rilanciare l’azione dell’esecutivo sull’ultimo anno di legislatura. Il senso complessivo del suo intervento è stato netto: nessuna crisi, nessun rimpasto, nessun passo indietro. Il Governo, ha detto in sostanza, resta al suo posto e intende arrivare fino alla fine del mandato.

Il punto di partenza è stato proprio l’esito referendario. Meloni ha riconosciuto il risultato del voto, ma ha anche ribadito il proprio rammarico per quella che considera “un’occasione storica” mancata sul fronte della riforma della giustizia. Ha insistito sul fatto che il cantiere delle riforme non possa essere abbandonato, perché i problemi del sistema giudiziario, a suo dire, restano tutti sul tavolo. Uno dei passaggi più significativi è quello in cui afferma che la riforma non era “contro la magistratura”, ma “a favore di una magistratura libera dai condizionamenti politici e ideologici”.

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni alla Camera si rivolge ai banchi dell’opposizione

Da qui la rivendicazione identitaria del metodo di governo. Meloni ha richiamato più volte il concetto di responsabilità come fedeltà agli impegni assunti davanti agli elettori. In questa chiave ha spiegato che la riforma della giustizia era parte del mandato ricevuto e che il compito della politica è assumersi il rischio delle scelte, non limitarne il raggio per convenienza tattica. In uno dei passaggi più politici del discorso, ha rivendicato di rappresentare una “anomalia” rispetto a una politica abituata, secondo lei, più a sopravvivere che a cambiare davvero le cose.

Il cuore più immediatamente politico dell’informativa è arrivato quando la presidente del Consiglio ha affrontato il tema della stabilità dell’esecutivo. Ha liquidato come “alchimie di palazzo” le voci su dimissioni, rimpasti o “fasi due, tre, quattro”, rivendicando che il Governo non si è mai fermato e che continuerà a governare fino alla fine della legislatura. Il passaggio centrale è molto chiaro: “Ci siamo presi l’impegno di governare questa nazione per cinque anni ed è esattamente quello che faremo”. Ancora più netta la frase rivolta al Paese: “Gli italiani sappiano che il Governo c’è”.

Meloni ha anche spiegato che alcune recenti uscite dall’esecutivo sono state decise per evitare che polemiche politiche e mediatiche finissero per oscurare l’azione di governo. Ha detto di aver chiesto “un passo indietro ad alcuni membri del Governo”, pur riconoscendo il loro lavoro, per anteporre “l’interesse della nazione a quello di partito”.

Sul piano internazionale, il discorso ha avuto una forte impronta geopolitica. La presidente del Consiglio ha concentrato una parte molto ampia del suo intervento sulla crisi con l’Iran, sul cessate il fuoco temporaneo e sui rischi legati alla sicurezza energetica e alla libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. Il messaggio è stato doppio: da una parte l’Italia sostiene ogni spiraglio negoziale, dall’altra ritiene prioritario impedire restrizioni alla navigazione e nuovi shock su energia, materie prime e approvvigionamenti.

Meloni ha rivendicato una linea pienamente occidentale, atlantica ed europea. Ha detto di credere ancora nell’unità dell’Occidente, definendosi “testardamente occidentale”, e ha sostenuto che Europa e Stati Uniti devono restare uniti, pur nella chiarezza delle divergenze. In questo quadro ha ribadito la collocazione internazionale dell’Italia, ha difeso la Nato come cardine della sicurezza comune e ha contemporaneamente rivendicato l’autonomia delle posizioni italiane su dossier sensibili, dall’Iran alla Groenlandia, fino all’Ucraina e alla vicenda di Sigonella.

Molto importante anche la parte dedicata all’energia. Meloni ha difeso l’attivismo diplomatico in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Algeria e, prossimamente, Azerbaigian, spiegandolo non come “turismo diplomatico” ma come lavoro concreto per assicurare all’Italia petrolio e gas in una fase di massima tensione. Ha poi rivendicato il decreto energia e il taglio di 25 centesimi al litro su diesel e benzina, insieme ai meccanismi anti-speculazione. Ha aggiunto che, in caso di nuova recrudescenza della crisi mediorientale, potrebbe rendersi necessaria una risposta europea simile a quella adottata durante la pandemia, arrivando a evocare anche una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità.

Sul versante economico e sociale, la presidente del Consiglio ha voluto offrire una lettura fortemente rivendicativa dei risultati ottenuti. Ha parlato di un’Italia più stabile, più credibile e con fondamentali economici migliori rispetto al passato. In particolare ha insistito su alcuni dati: aumento del lavoro stabile, riduzione del precariato, salari tornati a crescere, riduzione, seppur lieve, della popolazione a rischio povertà o esclusione sociale, crescita dell’occupazione femminile e rafforzamento del potere d’acquisto attraverso taglio del cuneo fiscale, riduzione dell’Irpef, detassazione dei premi di produttività e aumento delle pensioni minime.

Tra i passaggi più forti c’è quello in cui accusa esplicitamente l’opposizione di mentire sul lavoro. Ha definito “una menzogna verificabile” l’idea che con il centrodestra sia aumentata la precarietà, sostenendo invece che i dati Istat dimostrano l’esatto contrario. Ha così cercato di trasformare il terreno sociale, tradizionalmente favorevole alla sinistra, in un argomento di rivendicazione diretta dell’azione del centrodestra.

Ampio spazio anche al fisco e al Mezzogiorno. Meloni ha parlato della riforma fiscale come di una svolta attesa da oltre mezzo secolo e ha rivendicato il recupero di oltre cento miliardi nella lotta all’evasione fiscale. Sul Sud ha sostenuto che non sia più il “fanalino di coda” del Paese, indicando nella ZES unica, negli investimenti infrastrutturali, nel PNRR e nelle politiche di coesione le leve che avrebbero consentito al Mezzogiorno di crescere più della media nazionale. Ha anche annunciato l’intenzione di estendere a tutto il territorio nazionale alcuni meccanismi di semplificazione già sperimentati con la ZES unica.

Non è mancato il capitolo export e competitività. Meloni ha rivendicato la crescita dell’export italiano nel 2025, il sorpasso sulla Corea del Sud e l’avvicinamento al Giappone nella classifica dei grandi Paesi esportatori. Su questo piano ha insistito sulla necessità di continuare a investire in tecnologia, ricerca, capitale umano e semplificazione burocratica.

Sul fronte dell’energia in ambito europeo, ha puntato il dito contro l’ETS, il sistema europeo di tassazione del carbonio, sostenendo che oggi finisca per gravare artificialmente anche sui costi dell’energia rinnovabile. Ha spiegato che l’Italia sta lavorando con la Commissione europea per ottenere strumenti urgenti di contenimento dei prezzi e una revisione più organica del meccanismo.

Sull’immigrazione la linea è stata quella già vista in questi anni, ma con toni ulteriormente rivendicativi. Meloni ha sostenuto che il cambio di passo ci sia stato: meno sbarchi, più rimpatri, più controllo delle frontiere, più contrasto ai trafficanti e meno morti nel Mediterraneo. Ha poi attribuito all’Italia anche il merito di aver spinto l’Europa verso un nuovo approccio, fondato su Paesi sicuri di origine, procedure accelerate e “soluzioni innovative”, citando espressamente il modello degli hub per i rimpatri in Paesi extra-Ue e il protocollo Italia-Albania. In questo contesto ha rilanciato anche la possibilità di un blocco navale temporaneo in caso di conclamata necessità.

La Segretaria del PD, Ellie Schlein nei banchieri dell’opposizione alla Camera

Molto ampia la parte sulla sicurezza. La presidente del Consiglio ha ricordato oltre 42 mila assunzioni nelle forze di polizia, altre 27 mila previste, il rinnovo dei contratti, il potenziamento dei mezzi, l’inasprimento delle pene per aggressioni agli agenti e le misure contro occupazioni abusive, borseggi, truffe agli anziani, accattonaggio minorile e rivolte nelle carceri. Ha rivendicato il decreto Caivano e le norme sulla criminalità minorile, compreso l’arresto in flagranza per i minori trovati con armi da fuoco, e ha annunciato l’intenzione di introdurre la figura dell’ausiliario dei carabinieri e delle forze di polizia con diecimila volontari in ferma prefissata per il controllo del territorio.

Una parte molto intensa del discorso è stata dedicata al contrasto alla criminalità organizzata. Meloni ha respinto con durezza le accuse di presunte contiguità tra il suo mondo politico e la mafia, definendole una campagna di fango. Ha chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di occuparsi dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nei partiti politici, “Fratelli d’Italia compresi”, e ha rivendicato i risultati del Governo sul fronte antimafia: ergastolo ostativo, 41-bis, latitanti catturati, maxi-operazioni, arresti e beni confiscati restituiti alla collettività. In uno dei passaggi più personali, ha detto: “Combatto la mafia fin da ragazzina e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro”.

Sulla sanità il tono è stato più istituzionale e insieme più prudente. Meloni ha rivendicato l’aumento del Fondo sanitario nazionale a 143 miliardi nel 2026, ma ha riconosciuto che per molti cittadini i tempi delle liste d’attesa restano troppo lunghi, l’accesso troppo difficile e le differenze territoriali troppo marcate. Ha annunciato l’arrivo dei dati di monitoraggio regione per regione e prestazione per prestazione, chiedendo apertamente una collaborazione piena tra Stato e Regioni.

Uno dei capitoli nuovi e più politicamente interessanti è quello sulla casa. Meloni ha descritto il problema abitativo come una delle emergenze più sottovalutate, soprattutto per giovani coppie, studenti, lavoratori fuori sede, famiglie monoreddito e persone che restano escluse sia dall’edilizia popolare sia dal mercato immobiliare. Ha annunciato che in vista del Primo Maggio il Consiglio dei ministri approverà i provvedimenti necessari a un “piano casa” che dovrebbe mettere a disposizione, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati, oltre centomila case nei prossimi dieci anni.

La chiusura del discorso è stata tutta politica. Meloni ha rivendicato uno stile opposto a quello dei governi che, a suo giudizio, distribuivano bonus e misure demagogiche in vista delle elezioni. Ha detto di preferire “serietà”, “risposte concrete di lungo periodo”, “riforme coraggiose” e “verità in luogo delle menzogne”. Il messaggio finale è che l’ultimo anno della legislatura non sarà un tempo di attesa ma di lavoro, scelte e risultati.

I PASSAGGI POLEMICI CONTRO L’OPPOSIZIONE

Nella parte più polemica del suo intervento, Meloni ha costruito un attacco su più livelli contro le opposizioni. Prima di tutto ha ironizzato sulle ricostruzioni giornalistiche e politiche che parlavano di dimissioni, rimpasti e nuove fasi di governo, descrivendole come fantasiose “alchimie di palazzo” appartenenti a un mondo che, ha detto, non le appartiene.

Poi ha sfidato apertamente le opposizioni sul terreno del merito, sostenendo che non sia più sufficiente limitarsi ad attribuire ogni problema a Palazzo Chigi e che una moderna democrazia dell’alternanza richieda anche la capacità di proporre soluzioni credibili.

Sul piano internazionale, ha accusato la sinistra di usare la formula “stare con l’Europa” in modo ambiguo, insinuando che in realtà significhi stare con una certa parte politica europea anche quando questo produce divisioni. Ha inoltre respinto la narrazione sulla sua presunta subalternità a Donald Trump, ricordando che sulla crisi iraniana la posizione italiana coincideva con quella dei principali Paesi europei.

Meloni ha poi colpito l’opposizione anche sul piano sociale, definendo “una menzogna verificabile” l’accusa secondo cui il centrodestra avrebbe aumentato il precariato. Ancora più duro il passaggio sulle critiche ricevute per le missioni nei Paesi del Golfo: ha parlato di polemiche pretestuose e ha ironizzato sui parlamentari che, a suo dire, scrivono post indignati dai social “mentre si trovano in vacanza in località esotiche”.

Durissima infine la parte sulle accuse di presunti legami con la criminalità organizzata. Qui Meloni ha alzato nettamente il tono, parlando di “palata di fango infilata nel ventilatore”, denunciando teoremi costruiti contro di lei e rifiutando qualunque lezione sul tema della lotta alla mafia.

LE REPLICHE DI SCHLEIN E CONTE: “SIAMO PRONTI A GOVERNARE”

Nella discussione successiva all’informativa della presidente del Consiglio, anche Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno cercato di accreditarsi come alternative di governo, rivendicando la disponibilità delle opposizioni a raccogliere la sfida politica lanciata da Giorgia Meloni.

Giuseppe Conte alla Camera si rivolge a Giorgia Meloni

Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha attaccato frontalmente la premier, accusandola di descrivere un Paese distante dalla realtà. “Lei racconta una realtà mitologica, la sveglia referendaria non è suonata a Palazzo Chigi”, ha detto in Aula. Conte ha insistito sul contrasto tra gli annunci e i risultati concreti, sintetizzando il proprio giudizio in una formula polemica: “Lei dice ancora ‘faremo’ ma ha un grande futuro alle spalle”. E ancora: “Ha citato grandi numeri, ma non due numeretti: quattro anni, zero riforme”. L’affondo più diretto è arrivato sul terreno della leadership personale: “Ha detto ci metto la faccia, ma se non ci mette competenza e capacità l’Italia rimane in braghe di tela”. Conte ha poi rivendicato la capacità del fronte progressista di avanzare proposte comuni e si è detto pronto alla sfida politica, concludendo che il M5S sarebbe pronto a lavorare per mandare a casa il governo.

La Segretaria del PD, Elly Schlein durante il suo intervento

Molto dura anche la replica della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che ha definito quello di Meloni “un discorso di autoconvincimento”. Schlein ha sostenuto che la premier avrebbe già perso la sfida aperta con il Paese: “Lei ci sfida ma avete già perso quella sfida perché avete sfidato la Costituzione e il popolo sovrano vi ha battuto nelle urne”. Da qui un altro passaggio apertamente politico: “Si vede che avete molta voglia di tornare all’opposizione, vi accontenteremo”. La leader del Pd ha poi cercato di spostare il confronto sul terreno sociale ed economico, contrapponendo al racconto del governo “il paese reale”, quello in cui, ha detto, “negli ultimi 4 anni gli stipendi reali si sono abbassati di 9 punti percentuali”. Non è mancato neppure un riferimento polemico alle vicende interne all’esecutivo, con una stoccata sugli “scandali dei suoi ministri”.

In sintesi, sia Conte sia Schlein hanno scelto di usare la replica non soltanto per contestare il merito dell’informativa della presidente del Consiglio, ma anche per lanciare un messaggio politico più largo: le opposizioni, pur divise su molti fronti, provano a presentarsi come forze pronte ad assumersi una responsabilità di governo. Resta però aperta la contraddizione di fondo che Meloni ha cercato di mettere in evidenza nel suo intervento: l’esistenza di una critica molto aggressiva all’esecutivo che, almeno per ora, non si traduce ancora in una proposta unitaria, coerente e compiutamente credibile agli occhi dell’elettorato.

Il commento

A mio avviso, l’informativa di Giorgia Meloni alla Camera ha avuto un pregio che oggi in politica non è affatto scontato: la chiarezza. Si può condividere o contestare la sua linea, ma non si può dire che non abbia indicato una direzione precisa. Il cuore del messaggio è semplice: nessun arretramento, nessuna fuga, continuità di governo dentro una fase internazionale che è tra le più complesse degli ultimi anni.

Da osservatore considero particolarmente importante il passaggio sulla collocazione internazionale dell’Italia. Meloni ha rivendicato una postura che io considero corretta: piena appartenenza all’Occidente, centralità del legame euro-atlantico, rafforzamento dell’Europa non in contrapposizione agli Stati Uniti ma dentro una visione di complementarità strategica. È la linea giusta, soprattutto in una fase in cui gli equilibri globali sono fragili e gli approvvigionamenti energetici, la sicurezza e la tenuta economica dipendono anche dalla capacità diplomatica.

Trovo altrettanto significativo il fatto che abbia riportato il confronto politico sul terreno della responsabilità. In una stagione in cui troppi scambiano la propaganda per governo, Meloni ha scelto di rivendicare scelte concrete: energia, sicurezza, lavoro, export, fisco, casa. Naturalmente i problemi restano, e in diversi settori restano enormi, dalla sanità alle liste d’attesa fino all’occupazione femminile. Ma il punto politico è che ha provato a parlare di soluzioni e non solo di narrazioni.

Sul piano polemico, il discorso è stato duro, a tratti molto duro. Ma va detto che molte delle contraddizioni che Meloni ha indicato nelle opposizioni sono reali: chiedere il fallimento del Governo senza assumersi fino in fondo la responsabilità di un’alternativa credibile è una postura che prima o poi presenta il conto.

In definitiva, ho visto una presidente del Consiglio combattiva, determinata, fortemente radicata nel suo profilo politico e intenzionata a giocarsi fino in fondo l’ultimo anno di legislatura sul terreno dei risultati. Le repliche di Elly Schlein e Giuseppe Conte confermano che dall’altra parte si prova a costruire una candidatura alternativa di governo, ma confermano anche quanto quel fronte resti ancora più efficace nell’invettiva che nella sintesi politica.

Ed è proprio qui che, almeno oggi, si misura ancora il vantaggio competitivo di Meloni: nella capacità di apparire, agli occhi di una parte consistente dell’opinione pubblica, come il perno più solido dentro una fase storica instabile.

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