Dal summit di Tianjin emerge l’immagine di un Sud Globale sempre più deciso a costruire un sistema multipolare alternativo all’Occidente
Dentro i corridoi della grande diplomazia internazionale in Cina si intrecciano gli equilibri del cosiddetto Sud Globale e dell’Eurasia.
Siamo a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organization, la SCO, una delle organizzazioni che più di tutte sta cercando di costruire una nuova architettura di sicurezza e cooperazione in Asia. Qui, il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il premier indiano Narendra Modi.
Un incontro tutt’altro che formale: Putin ha ricordato come le relazioni tra Russia e India abbiano raggiunto, ormai da quindici anni, lo status di “partenariato strategico privilegiato”. Una formula che non è soltanto retorica, ma che si traduce in scambi commerciali crescenti, cooperazione energetica, rapporti culturali e turistici, e soprattutto un coordinamento politico costante su tutti i tavoli internazionali: dall’ONU ai BRICS, fino proprio alla SCO.
Modi, dal canto suo, ha risposto con parole che suonano come un sigillo: India e Russia – ha detto – hanno camminato insieme anche nei momenti più difficili, fianco a fianco, in nome della stabilità globale. Un messaggio chiaro, rivolto a chi osserva con sospetto questo asse, ma anche al contesto della guerra in Ucraina. Perché il premier indiano ha ribadito: serve una soluzione pacifica, serve volontà politica, serve la fine del conflitto. Un appello che Modi ha definito “il desiderio dell’intera umanità”.
Poi il palcoscenico si è spostato sull’assemblea plenaria della SCO. Qui Putin ha preso la parola sottolineando due punti cruciali. Primo: la visione di un ordine multipolare, costruito sul rispetto della sovranità e sul diritto internazionale, contrapposto – è evidente – a modelli euro-atlantici giudicati ormai “superati”. Secondo: la spinta economica. Perché i Paesi SCO crescono più della media mondiale, commerciano sempre più in valute nazionali e si preparano a creare infrastrutture finanziarie comuni: obbligazioni condivise, un sistema di pagamenti autonomo, un fondo per progetti di investimento.
Non solo economia. Putin ha citato la cooperazione energetica, i trasporti, l’innovazione digitale, la formazione universitaria con l’Università SCO che già raccoglie 77 atenei. E soprattutto la sicurezza: con una roadmap fino al 2030 per contrastare estremismo e narcotraffico, con la nascita di nuovi centri regionali a Tashkent e a Dushanbe.
E immancabile, anche in questo contesto, il richiamo alla crisi ucraina. Putin ha accusato ancora una volta l’Occidente di essere la causa scatenante – dal colpo di stato del 2014 al tentativo di trascinare Kiev nella NATO – ma ha anche aperto a una prospettiva diplomatica, richiamando i recenti colloqui bilaterali con gli Stati Uniti in Alaska. Un segnale che, a modo suo, cerca di spostare la narrazione dal conflitto a un possibile negoziato.
Il summit si è chiuso con la firma della Dichiarazione di Tianjin, che fissa la rotta della SCO fino al 2035: sicurezza, crescita economica, scambi culturali, un’integrazione sempre più marcata. La presidenza passa ora al Kirghizistan, ma resta l’impressione che la SCO voglia presentarsi come un vero e proprio motore alternativo alla governance globale guidata dall’Occidente.
In fondo, come ha detto lo stesso Putin, si tratta di costruire un sistema equilibrato, che non permetta più a uno Stato di garantire la propria sicurezza a spese di un altro. Una sfida colossale, certo, ma che racconta bene la posta in gioco di questo nostro tempo.


