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Verso un’asse Xi-Putin-Kim? L’Occidente era e resta l’unico faro di democrazia

A Tianjin, in Cina, si è svolto un vertice che ha mostrato con chiarezza le ambizioni di Pechino e Mosca di costruire un fronte alternativo all’Occidente. Xi Jinping, presidente cinese, ha rilanciato la sua proposta di un nuovo sistema di governance globale. Parole altisonanti, che evocano cooperazione e giustizia, ma che di fatto mirano a scalzare la centralità delle Nazioni Unite e soprattutto il ruolo guida degli Stati Uniti. Non è un caso che Vladimir Putin, subito dopo, abbia definito questa iniziativa “tempestiva e necessaria”.

Ma dietro i proclami, ci sono gli affari. Gazprom ha annunciato la firma di un accordo vincolante per la costruzione del gasdotto Power of Siberia 2, destinato a collegare Russia e Cina passando per la Mongolia. Un tassello ulteriore che rafforza la dipendenza energetica di Pechino da Mosca e offre a Putin un’ancora economica nel pieno dell’isolamento occidentale.

La cornice del vertice vedrà probabilmente un ospite d’eccezione: il leader nordcoreano Kim Jong-un. Un viaggio rarissimo fuori dai confini di Pyongyang, per unirsi a Xi e Putin nella celebrazione degli 80 anni dalla resa del Giappone nella Seconda guerra mondiale.

Tre leader insieme, fianco a fianco, pronti a formalizzare un’inedita alleanza diplomatica e militare. Una fotografia che, agli occhi dell’Occidente, suona come un campanello d’allarme.

Al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, i leader presenti hanno scelto di sorvolare sulla guerra in Ucraina. Nessuna menzione nel comunicato finale al conflitto che, in Europa, rappresenta la più grande aggressione militare dalla Seconda guerra mondiale. Un silenzio eloquente, che mostra la volontà di normalizzare la posizione della Russia.

Eppure, nonostante l’abbraccio con Xi e la nuova centralità nel fronte eurasiatico, Mosca rimane isolata in larga parte del mondo. L’Europa mantiene congelati i rapporti con il Cremlino, e la guerra in Ucraina continua a segnare il futuro geopolitico del continente. È in questo quadro che la presenza di Donald Trump, con le sue politiche commerciali aggressive e il rapporto ambiguo con Mosca, ha finito paradossalmente per offrire a Putin spazi di manovra.

Il messaggio che Xi e Putin vogliono trasmettere è chiaro: l’Occidente, e in particolare Washington, sarebbe fonte di instabilità. Una narrazione che piace a Pechino e che Mosca cavalca con convinzione. Ma resta il dato di fondo: l’ordine internazionale liberale, fondato sulle regole e sul diritto, continua a rappresentare il vero punto di riferimento per la maggioranza delle democrazie.

Dietro le parate e le strette di mano, ciò che vediamo è soprattutto un tentativo di costruire un’alternativa all’Occidente. Un’alternativa fragile, legata a interessi energetici e a regimi autoritari. L’Occidente, al contrario, resta l’unico vero faro di democrazia e stabilità.

E la giornata di incontri è proseguita a Pechino, dove Putin e Xi hanno accolto il presidente della Mongolia, Ukhnaagiin Khurelsukh, parlando di “relazioni trilaterali reciprocamente vantaggiose e multidimensionali”. I colloqui bilaterali Russia-Cina si sono poi spostati a Zhongnanhai, la residenza ufficiale del presidente cinese, con la partecipazione del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, del vicecapo di gabinetto Maxim Oreshkin, del consigliere presidenziale Yuri Ushakov e del ministro della Difesa Andrei Belousov.

Il Diaoyutai State Guesthouse ospiterà invece la serie di incontri bilaterali di Putin con altri capi di Stato, in un contesto dal forte valore simbolico, che affonda le sue radici nella dinastia Jin. Tra gli appuntamenti, anche quello con il premier slovacco Robert Fico. Qui, Putin ha definito “nonsense senza fondamento” le accuse di presunti piani aggressivi verso l’Europa, parlando invece di attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche russe.

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